L’audizione Anci certifica che i Comuni sono virtuosi, ma lo Stato li rende insostenibili: sembra un disegno
di Rocco Ciarmoli
C’è un documento depositato il 27 aprile scorso alle Commissioni Bilancio. Si chiama audizione Anci sul Documento di Finanza Pubblica 2026. È scritto in linguaggio tecnico ma racconta una storia precisa: lo Stato sta rendendo progressivamente insostenibile l’autonomia dei piccoli Comuni. Non per incuria. Per scelta.
I numeri sono incontestabili. I Comuni hanno ridotto il loro peso sulla spesa pubblica dall’8,1% del 2010 al 7,5% del 2024. Il debito comunale è sceso all’1% del totale della PA. I tempi di pagamento sono passati da 42 giorni nel 2019 a 26 nel 2024. Gli investimenti locali sono cresciuti del 163% dal 2017 al 2025. Nel mezzo di tagli, pandemia e inflazione, i Comuni hanno tenuto i conti e garantito i servizi.
Eppure il sistema continua a comprimerli. La legge di bilancio 2025 ha tagliato oltre otto miliardi agli investimenti comunali nell’arco di un decennio. Fondi sottratti alle scuole, alle strade, ai presidi territoriali dei luoghi che già faticano a restare vivi. Non è una misura tecnica. È una condanna.
Il personale è la ferita più profonda. In vent’anni gli organici si sono ridotti del 28%. L’età media è 51,7 anni. Il divario retributivo tra un dipendente comunale e un collega ministeriale è esploso dal 4% del 2016 al 17% del 2023. Chi ha competenze vere sceglie altrove. E qui si innesta la trappola del Pnrr: lo Stato ha finanziato nuove infrastrutture scaricando sui Comuni i costi di gestione senza risorse dedicate. Nel 2026 quell’aggravio è stimato in 200 milioni. Prima i soldi per costruire, poi niente personale per gestire, infine i tagli.
Il paradosso è kafkiano. Esistono già limiti assunzionali più moderni, basati sulla sostenibilità reale. Ma restano in vigore i vecchi tetti della legge 296 del 2006, ancorati al triennio 2011-2013, il momento più basso dell’austerità. Comuni che avrebbero i soldi per assumere non possono farlo. Per legge.
Le proiezioni Ifel per il 2026-2028 certificano il punto di rottura. Il saldo corrente passerà da +1,9 miliardi a -0,9 miliardi nel 2028. Una perdita di 2,2 miliardi generata non da sperperi ma dalla crescita dei costi obbligatori a fronte di entrate poco elastiche. Il punto di rottura arriva nel 2027. Manca poco.
Il disegno è leggibile. Lo Stato incentiva le fusioni, premia le unioni, favorisce i grandi. Costruisce regole che rendono insostenibile la gestione autonoma sotto una certa soglia demografica, poi presenta la fusione come soluzione naturale. Ma non è spontanea. È indotta.
I piccoli Comuni delle aree interne non stanno sparendo per fatalità demografica. Stanno diventando progressivamente incompatibili con l’architettura amministrativa e finanziaria costruita negli ultimi quindici anni. È una visione. Legittima, se dichiarata. Intollerabile, se praticata in silenzio mentre si evoca la coesione territoriale nei discorsi ufficiali.
C’è però un’altra verità, più scomoda. Alcuni Comuni non muoiono solo per mancanza di risorse. Muoiono anche per come scelgono di usarle. Nei territori attraversati da grandi impianti energetici arrivano royalties, canoni, compensazioni economiche che potrebbero finanziare capacità amministrativa, progettazione, competenze tecniche. Invece troppo spesso quelle entrate vengono assorbite dalla manutenzione elettorale del presente: eventi, contributi, spesa frammentata, consenso immediato.
Il problema è che molti amministratori sembrano non capire che in gioco non c’è la sopravvivenza della maggioranza politica ma quella dell’ente stesso. Sono due cose diverse. E quando si confondono, il Comune muore due volte: prima come istituzione, poi come comunità.
Un Paese che perde i suoi Comuni perde presidio, memoria, prossimità. Ma se quei luoghi scelgono la rendita invece della resilienza, la perdita è doppia. E il lutto è più difficile da elaborare.