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Lo slalom di La Russa sul razzismo di Almirante: “Si mostrò non contrario all’antisemitismo”. Il Pd: “Distorce la Storia”

Il presidente del Senato in un'intervista al Corriere della Sera compie uno dei suoi consueti ribaltamenti storici e arriva a dire che il leader missino - che fu dirigente nel governo di Salò - "dopo aiutò il percorso verso la democrazia". Pd e Avs attaccano: distorce la storia e i documenti storici
Lo slalom di La Russa sul razzismo di Almirante: “Si mostrò non contrario all’antisemitismo”. Il Pd: “Distorce la Storia”
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Chissà se la vera fiamma che brucia è quella che Fdi si ritrova alle spalle e che spinge il partito della premier ad accelerare, mettersi in moto, prevenire eventuali rischi per non lasciare il fianco scoperto a beneficio del partito (si dice ascendente) del generale Roberto Vannacci. Vero è – va dato atto – che gli alti dirigenti di Fratelli d’Italia ogni anno (prima e dopo l’era di Palazzo Chigi) hanno ricordato Giorgio Almirante, il leader del Movimento Sociale Italiano, stella polare della destra postfascista dopo essere stato fedele al regime mussoliniano fino agli ultimi giorni, quelli della Repubblica di Salò, quando fu capo di gabinetto in un ministero, il Minculpop. Il presidente del Senato Ignazio La Russa rivendica e rivitalizza la figura di Almirante a tal punto che nell’intervista al Corriere della Sera – alla contestazione che l’ex leader missino era stato segretario di redazione de La difesa della razza, nauseante giornale razzista diretto da Telesio Interlandi – risponde con poche parole: “È l’unica accusa vera: l’essersi mostrato non contrario all’antisemitismo. Cosa di cui, però, si è sempre detto pentito. Ci ha scritto un libro”. “Essersi mostrato non contrario all’antisemitismo” è una descrizione notevole, ricorda quando lo stesso La Russa voleva far passare il concetto che l’attentato di via Rasella, durante la Resistenza romana, fu compiuto contro una banda di musicisti pensionati (e non il terzo battaglione del Polizeiregiment Bozen).

Forse dice queste cose perché ne è convinto, ma non sempre la convinzione aderisce con la realtà. Per capire come Almirante “si mostrò non contrario all’antisemitismo”, comunque, è sufficiente consultare Wikipedia per trovare cosa scriveva, tra le altre, sul giornale razzista in cui lavorò per 4 anni questo: “Il razzismo ha da essere cibo di tutti e per tutti, se veramente vogliamo che in Italia ci sia, e sia viva in tutti, la coscienza della razza. Il razzismo nostro deve essere quello del sangue, che scorre nelle mie vene, che io sento rifluire in me, e posso vedere, analizzare e confrontare col sangue degli altri. (…) Altrimenti finiremo per fare il gioco dei meticci e degli ebrei; degli ebrei che, come hanno potuto in troppi casi cambiar nome e confondersi con noi, così potranno, ancor più facilmente e senza neppure il bisogno di pratiche dispendiose e laboriose, fingere un mutamento di spirito e dirsi più italiani di noi, e simulare di esserlo, e riuscire a passare per tali. Non c’è che un attestato col quale si possa imporre l’altolà al meticciato e all’ebraismo: l’attestato del sangue”. Era il 1942, Almirante aveva 28 anni. E’ su La difesa della razza che viene pubblicato per la seconda volta in 15 giorni il Manifesto della Razza – firmato da 10 scienziati, tra cui 2 zoologi – in cui si legge tra l’altro che “esiste una pura razza italiana”, che “gli ebrei non appartengono alla razza italiana”, che è “necessario fare una distinzione tra i mediterranei d’Europa da una parte e gli orientali e gli africani dall’altra”, eccetera. Il Manifesto della razza ha anticipato di poche settimane la promulgazione delle Leggi razziali, che priveranno gli ebrei di tutti i diritti e saranno la base ideologica che porterà alla deportazione e allo sterminio di migliaia di italiani.

Il Corriere ricorda a La Russa l’accusa con la quale il Pd addita Almirante cioè che fu anche “fucilatore di partigiani“. La Russa risponde così: “Almirante non ha mai fucilato nessuno. Altrimenti sarebbe stato condannato e si sarebbe dovuta chiedere l’amnistia”. Non firmò un manifesto in cui lo si minacciava?, chiede ancora la giornalista. “Ma era un invito a deporre le armi” risponde il presidente del Senato. La storia a cui si fa riferimento è molto vecchia e forse vale la pena di raccontarla di nuovo.

Nel 1971 l’Unità e il Manifesto pubblicarono un documento ritrovato da alcuni ricercatori dell’università di Pisa. Era negli archivi del Comune di Massa Marittima, in provincia di Grosseto. Era un manifesto affisso nella primavera del 1944 sui muri di molti paesi della Toscana sotto l’occupazione nazista. In sostanza l’avviso ordinava agli “sbandati” e agli “appartenenti a bande”: consegnatevi entro le ore 24 de 25 maggio o sarete fucilati alla schiena. I destinatari sono i partigiani e i soldati che dopo l’8 settembre hanno scelto la Resistenza e non la guerra al fianco di Hitler. Il manifesto è firmato da Almirante, in qualità di capogabinetto del ministro della Cultura popolare Ferdinando Mezzasoma. “Un servo dei Nazisti. Come Almirante collaborava con gli occupanti tedeschi” titola l’Unità. Almirante rispose con una valanga di querele: accusò il giornale di “un’ignobile infamia“. Il processo fu istruito dai magistrati Vittorio Occorsio e Niccolò Amato. Durò 7 anni e portò al ritrovamento di altri documenti che confermavano la paternità di quel manifesto: tra le altre cose uscirono fuori la copia originale dell’atto, un telegramma firmato ancora da Almirante in cui si sollecitava l’affissione in tutti i comuni della provincia di Grosseto. La storia del processo su quello che venne chiamato il “manifesto della morte” è stata raccontata in L’avrai, camerata Almirante la via che pretendi da noi italiani, di Carlo Ricchini. Il volume ricorda tra le altre cose la strage di Niccioleta, una frazione di Massa Marittima, dove il 13 e il 14 giugno, dopo la diffusione di quel bando, furono uccisi dai nazisti e dai fascisti 83 minatori accusati di collaborazione con i “banditi partigiani”. “Apparve subito evidente – scrive nel libro Ricchini, che all’epoca era direttore dell’Unità – che era stata scoperta una prova della partecipazione diretta di Almirante alla repressione antipartigiana, sempre da lui tenuta nascosta, come se il posto occupato a Salò fosse stato un impiego come un altro e la sua divisa di brigatista nero un obbligo dovuto alle circostanze”. “Questa conferma, però, – continua – può essere utile per coloro che il fascismo e il nazismo non lo hanno conosciuto e non hanno conosciuto l’abietta opera al servizio dello straniero compiuta da quei dirigenti fascisti che osano parlare della Patria dopo averla infangata e portata alla rovina“.

A La Russa risponde il deputato del Pd Federico Fornaro. “La rilettura della storia da parte della seconda carica dello Stato, il presidente del Senato La Russa, è francamente inaccettabile e distorcente. Almirante, infatti, non si limitò a mostrarsi ‘non contrario all’antisemitismo’, ma fu, invece, uno dei fomentatori dell’odio nei confronti degli ebrei e sostenitore della primazia della razza italica“. Se rileggesse i pezzi scritti da Almirante su La difesa della razza, aggiunge il parlamentare democratico, “scoprirebbe, ad esempio, un mirabile commento scritto nell’ottobre 1938 dal futuro leader del Msi all’indomani della espulsione dei professori e degli studenti ebrei dalle scuole e dalle università italiane, decisa dal regime fascista con un regio decreto legge del 5 settembre 1938. ‘Avrà perduto qualcosa per questo la nostra cultura?’ – scriveva Almirante – ‘No; perché quei 98 professori (universitari) erano ebrei, quindi non erano italiani, quindi non appartenevano che in apparenza, ai puri e semplici effetti amministrativi, alla scuola italiana. Erano già un corpo già avulso da quello della nostra vita culturale; adesso tale separazione è stata sanzionata dalla legge’. E ancora: ‘Il Ministero dell’Educazione ha annunciato l’istituzione di cattedre di razzismo in tutte le facoltà universitarie. Il provvedimento è salutare’. Per fortuna i documenti sono lì a testimoniare che Almirante non si limitò a svolgere compiti amministrativi nell’apparato burocratico della Rsi, ma si distinse in quella fase della storia italiana per essere un dichiarato antisemita, un fatto che non può e non deve essere ignorato”.

La Russa nega che il ricordo di Almirante sia legato a fini di pezzi di consenso. “Lo ammiravo politicamente e l’ho conosciuto apprezzandone anche l’ironia – dice al Corriere -. Vannacci non lo conosco personalmente e non l’ho mai visto negli anni in cui la militanza a destra era difficile. Forse perché era militare, ma comunque non c’era. Quindi mi sembra un’accusa talmente meschina che, con tutto il rispetto per Vannacci mi viene da ridere”. Il presidente del Senato Ignazio La Russa in un’intervista al Corriere della Sera, replica così alla domanda se “ripescate Giorgio Almirante perché temete Roberto Vannacci?”. Secondo La Russa, poi, il Movimento sociale italiano di Almirante è stato il partito più democratico che lui abbia mai conosciuto. Più democratico, dice, di Fratelli d’Italia. Almirante “favorì il ritorno nell’alveo parlamentare di fasce di elettori che potevano avere dubbi, in un partito (l’Msi ndr) che era il più democratico di tutti … Si votava per tutto. Persino per l’ordine dei candidati di Almirante nelle liste, e lui si asteneva. Mai trovato un partito così democratico“. Neanche FdI, chiede il Corsera? “Nemmeno. Non è detto che sia un male. Ma è così”.

Dunque Almirante, il reduce di Salò, l’ex giornalista della rivista che “spiegava” le leggi razziali agli italiani, secondo La Russa, “dopo aiutò il percorso verso la democrazia“. Quale percorso? “Dopo” quando? A meno che La Russa debba svelarci qualcosa di nuovo, il percorso verso la democrazia fu portato dalla guerra di Liberazione e dall’intervento militare degli Alleati contro i regimi fascista e nazista che Almirante sostenne fino al 25 aprile: dopo entrò in clandestinità, sotto il falso nome di Giorgio Alloni. Tornò allo scoperto dopo l’amnistia di Togliatti. La Russa più probabilmente si riferisce dunque al Dopoguerra e al rafforzamento della democrazia che la lotta partigiana aveva portato a compimento, una democrazia uscita comprensibilmente fragile dopo la guerra civile in cui trascinò il Paese Benito Mussolini. La seconda carica dello Stato cita stralci di discorsi di un ex presidente della Camera, Luciano Violante, che disse “che anche lui (Almirante, ndr) ‘si impegnò per costruire un nuovo rapporto tra lo Stato e le masse popolari”, e di due presidenti della Repubblica, Sergio Mattarella che ricordò “che cercò ‘di legare i fili di una coerenza morale. E anche negli anni più difficili seppe comprendere l’importanza del dialogo e del confronto parlamentare‘ favorendo l’inclusione dell’elettorato di destra – dice La Russa -. Giorgio Napolitano apprezzò che cercò ‘piena legittimazione nel sistema democratico’ e gli riconobbe il ‘merito di contrastare impulsi antiparlamentari dimostrando convinto rispetto per le istituzioni repubblicane'”. Verrebbe da chiedere quale poteva essere l’alternativa. Qui ci si può limitare a rammentare ciò che scriveva Almirante il 24 aprile 1955, dieci anni dopo la caduta del fascismo, alla vigilia della festa di Liberazione, che celebrava la resa dei nazifascisti. “Dunque, domani è festa. La legge del mio Stato comanda che domani sia festa. La legge della mia moralità, del mio carattere, della mia vita, la legge del sangue comanda che domani sia giornata di lutto. Se obbedisco allo Stato vengo meno a me stesso. Se obbedisco a me stesso, lo Stato mi pone di fronte ad una silenziosa e tremenda alternativa; andarmene a cercare libertà altrove, subire in Patria la costrizione altrui. Alla medesima alternativa furono posti di fronte gli antifascisti, e se ne andarono, anteponendo – secondo il loro costume – la libertà alla Patria. Ma lo Stato di allora aveva il coraggio delle proprie posizioni. Si dichiarava fascista e antidemocratico. Diceva di volersi costituire a regime. Toglieva in libertà quello che aggiungeva in stabilità. Toglieva in democrazia quello che garantiva in ordine. Era un sistema, in se stesso coerente, con gli avversari duro ma leale“. Giovanni Minoli gli chiese nel 1987, oltre 30 anni dopo, che cosa gli piaceva di meno di Benito Mussolini. Almirante rispose: “Forse gli stivaloni”.

Le argomentazioni di La Russa, insomma, sono sufficienti per vedere in Almirante una figura di riferimento, come lo è per due delle più alte cariche dello Stato, presidente del Consiglio e presidente del Senato? Secondo Angelo Bonelli, leader di Europa Verde, no: “Presentarlo come protagonista del percorso democratico italiano significa insultare la verità storica e la memoria degli ebrei italiani perseguitati, deportati e uccisi. La politica del dialogo e la storia dei crimini sono piani distinti, e La Russa li mescola deliberatamente per riscrivere il passato e non è la prima volta”. “Oggi – conclude il deputato di Avs – fa di un protagonista della propaganda razzista fascista un padre nobile della democrazia repubblicana. È inaccettabile. Da chi rappresenta le istituzioni ci si attende rispetto rigoroso della verità storica e dei valori antifascisti su cui si fonda la nostra Costituzione. La Russa non li rispetta. Non li ha mai rispettati”.

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