La posizione di tre persone indagate nel filone depistaggiper il quale è stato chiesto il rinvio a giudizio per 8 carabinieri – dell’inchiesta sulla morte di Stefano Cucchi è stata archiviata. Il decreto è stato firmato lo scorso 5 aprile dal gip del tribunale di Roma, Elvira Tamburelli, e riguarda il capitano Nico Blanco, l’avvocato Gabriele Giuseppe Di Sano, cugino di uno dei carabinieri per i quali è stato richiesto il rinvio a giudizio, e per il maresciallo Roberto Mandolini, imputato nel processo bis per le accuse di calunnia e falso. La circostanza è emersa proprio nell’ambito di quel dibattimento, che vede imputati 5 carabinieri, tre dei quali accusati di omicidio preterintenzionale

Un’udienza rapida, nella quale è stato ascoltato un solo testimone della difese ed è stato completato il calendario delle udienze e, salvo slittamenti, c’è anche la possibile data della sentenza della Corte d’Assise di Roma: il 26 novembre. Il 19 luglio, invece, è fissata la requisitoria del pm Giovanni Musarò che sostiene l’accusa di omicidio preterintenzionale contro Raffaele D’Alessandro, Alessio Di Bernando e Francesco Tedesco, accusati di aver pestato il geometra romano dopo l’arresto per droga avvenuto il 15 ottobre 2009. Una settimana dopo, il 31enne morì nell’ospedale Pertini di Roma.

Dopo nove anni, Tedesco ha rotto il silenzio accusando i colleghi Di Bernardo e D’Alessandro. “Per me questi 9 anni di silenzio sono stati un muro insormontabile”, ha detto aprendo la sua deposizione in aula lo scorso 8 aprile. Quindi il pestaggio, quasi in presa diretta, tutto d’un fiato: “Al fotosegnalamento Cucchi si rifiutava di prendere le impronte: siamo usciti dalla stanza e il battibecco con Alessio Di Bernardo è proseguito. Mentre uscivano dalla sala, Di Bernardo si voltò e colpì Cucchi con uno schiaffo violento in pieno volto”, ha raccontato entrando nei particolari. 

È l’inizio delle violenze, che proseguono: “Poi lo spinse e D’Alessandro diede a Cucchi un forte calcio con la punta del piede all’altezza dell’ano. Nel frattempo io mi ero alzato e avevo detto: ‘Basta, finitela, che cazzo fate, non vi permettete'”, racconta Tedesco. Ma la sua reazione non ferma i colleghi: “Di Bernardo proseguì nell’azione spingendo con violenza Cucchi e provocandone una caduta in terra sul bacino, poi sbattè anche la testa. Io sentii un rumore della testa che batteva. Poi D’Alessandro gli diede un violento calcio all’altezza del volto”.

Oggi in aula il teste Piero Rosati, maresciallo capo dell’Arma, ha raccontato il suo rapporto con D’Alessandro: “Posso dire che è un carabiniere che ha sempre manifestato una validità operativa sopra la norma. A livello operativo era molto capace. Insieme con lui e con Francesco Tedesco abbiamo fatto credo più di 100 arresti; in nessuno di questi è mai successo qualcosa. Nella Stazione Appia dove lavoravamo si facevano grandi numeri, ma il motto era ‘fa più male la penna che uno schiaffo'”. 

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