Hanno vinto bene, dopo cinque anni di governo, nonostante il vento leghista soffi forte anche a casa loro. Tanto da venire tirati per la giacchetta dal Pd, che per l’occasione torna a dividersi in due: da una parte chi controlla ora i dem, dall’altra l’area renziana. Tutti provano a mettere il cappello sulle vittorie di Bergamo, Firenze, Modena, Pesaro e Bari. Successi netti per gli amministratori dem uscenti anche dove era preannunciata battaglia. Così per Nicola Zingaretti le rielezioni dei cinque sindaci uscenti sono merito loro, certo, ma anche della costruzione di “alleanze aperte e competitive”, mentre Matteo Renzi sfrutta il “bravissimo” Dario Nardella per ricordare come la “risposta più forte alla vittoria di Salvini arriva oggi da Firenze”. Come dire: il renzismo ha ancora capacità attrattiva, governa bene e vince. Del resto è successo anche a Giorgio Gori, uno dei primi prodotti dell’era del Giglio Magico, ad Antonio Decaro, aficionados della prima ora e vicino pure nei mesi del tramonto, e a Giancarlo Muzzarelli, storico ex Ds poi convertitosi al renzismo nel 2017 fino alla débâcle del 4 marzo dello scorso anno.

L’ultimo dei renziani tiene Firenze – Chi non se n’è mai andato è Nardella, l’enfant prodige del renzismo, uno dei rappresentanti doc del Giglio Magico. Non è un caso che Matteo Salvini avesse puntato forte su Firenze, tra le ultime roccaforti del centrosinistra a resistere all’assedio leghista in Toscana. Invece il sindaco uscente è rimasto in sella con il 57% delle preferenze. Un trionfo personale, ma anche un’affermazione del partito che ha retto l’onda d’urto populista anche alle Europee. “Qui abbiamo il Pd più forte d’Italia e abbiamo il differenziale più ampio fra Pd e Lega che si possa registrare in una grande città italiana”, ha spiegato il sindaco rieletto facendo notare come i dem abbiamo raccolto il 43% alle Europee contro il 20,26% dei leghisti. Il Carroccio, ha sottolineato Nardella, “ha fatto di tutto per conquistare la città: Salvini è venuto tre volte, indicando Firenze come città simbolo da espugnare. Mi pare che il risultato sia chiarissimo in tutto il suo significato, dal lato civico e politico”. 

Il “buon lavoro” di Decaro – Molto più ‘intimo’ il successo di Decaro a Bari. Una vittoria senza passare dal via per il sindaco uscente, ex assessore di Michele Emiliano, che nell’affermazione del suo ex assessore vede una strada verso le Regionali del 2020. Il numero uno dell’Anci ha raccolto quasi il 70% dei voti che raccontano di un consenso personale amplissimo in una città con radici ben piantate a destra. “Questa vittoria non è un miracolo, ma il riconoscimento di un buon lavoro”, ha detto durante i festeggiamenti. Parole scolpite nei numeri: il Pd ha ottenuto il 20% alle Europee, risultando il terzo partito dietro il M5s (22,6) e la Lega (21,8). Come a Firenze, anche qui Salvini si era affacciato più volte negli ultimi mesi, senza riuscire a spostare gli equilibri. Merito anche della capacità comunicativa di Decaro, passato dagli spot sulla panchina con Maria Elena Boschi che avevano caratterizzato la prima campagna elettorale, a video creativi ed efficaci battute in piazza. “Salvini, noi siamo terroni ma non siamo trimoni“, aveva scandito durante un comizio usando una delle espressioni più colorite e famose del dialetto barese

Il “trasversale” Gori – Meno incisivo nel linguaggio ma ugualmente vincente, Giorgio Gori a Bergamo. In una città dove il Carroccio non è mai riuscito a creare una classe dirigente a parte Roberto Calderoli, la ‘trasversalità’ del sindaco uscente è risultata un’arma vincente in una terra pragmatica. L’ex renziano ed ex dirigente Mediaset lo riconosce a se stesso: “Fa piacere che anche elettori di centrodestra, di Forza Italia ma sono convinto anche della Lega, abbiano deciso di dare a noi la fiducia, valutando così le qualità del candidato e della squadra: in questo modo si vince e si supera il 51%”, ha spiegato a Bergamo Tv. La “geografia politica” delle Comunali, ha aggiunto, “non è la stessa delle Europee”, sottolineando il successo personale a fronte di un testa-a-testa per Bruxelles con la Lega al 32,4 e il Pd al 32,6

Pesaro e Modena – Discorso simile per Matteo Ricci, altro prodotto renziano, a Pesaro: la sua è stata un’affermazione netta nonostante il successo della Lega (31,37) alle Europee, dove il Pd si è fermato al 29,7. Un +1,6% diventato un -17 per cento nelle urne delle Comunali che ha permesso al responsabile Enti locali dei democratici di vincere agevolmente anche grazie al sostegno di molte liste civiche con il 57% contro il 30% del candidato del centrodestra Nicola Baiocchi. Il successo diventa ancora più importante se si pensa che il 4 marzo in quel collegio uninominale il ministro uscente Marco Minniti perse contro Andrea Cecconi, “impresentabile” pentastellato. Senza storia anche la corsa di Giancarlo Muzzarelli (53,6%) a Modena contro Stefano Prampolini (31,5%). Viste le difficoltà in Emilia-Romagna dell’uscente Luca Vecchi, costretto al secondo turno a Reggio Emilia, e di Aldo Modonesi (31,6) a Ferrara contro il consigliere regionale leghista Alan Fabbri, il risultato del sindaco uscente, storico Ds, poi passato sotto le insegne renziane prima di tornare ad abbracciare Pier Luigi Bersani, assume un valore ancora maggiore.

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