di Giovanni Vetritto

Finalmente abbiamo in mano i risultati di due campagne elettorali parallele: quella europea per il rinnovo del Parlamento dell’Unione e quella italiana, miserabile, provincialmente ripiegata sulle prospettive di governo nazionale, come se si trattasse di un sondaggio di Midterm e non di un passaggio cruciale per i destini politici del continente.

Un anno, un anno e mezzo fa l’ombra di un trionfo degli euroscettici, dei sovranisti, dei reazionari in tutte le salse pareva dover rendere le elezioni di domenica scorsa un Armageddon dal quale il processo di integrazione continentale poteva uscire pregiudicato chissà per quanto.

Poi, sul finire della scorsa estate, i segnali sono cambiati ed è stato via via più chiaro che i sovranisti non sarebbero passati e che le elezioni avrebbero prodotto una netta maggioranza europeista. Altrettanto chiaro è diventato, nei mesi, che questa maggioranza europeista avrebbe avuto una forte componente più federalista che genericamente funzionalista, con una attesa crescita di liberali e Verdi.

Qualche seria considerazione sul sistema dei media in Europa, in questo senso, andrà pur fatta, alla luce dei risultati del 26 maggio: non doveva essere poi così difficile collegare cinque o sei fatti noti, come si è fatto su queste colonne, invece di urlare “al lupo” a beneficio dei due raggruppamenti più forti e succubi di classi dirigenti parassitarie e irresponsabili, ma partecipi di un grande banchetto internazionale antidemocratico e antipopolare. Ma non è accaduto, e noi di SUE siamo rimasti soli a spiegare che l’Europa sarebbe verosimilmente andata da tutt’altra parte.

È andata esattamente così.

Le tre forze “antagoniste” assommate hanno ancora oggi, dopo le temutissime elezioni, meno seggi del PPE da solo. Verdi e liberali assieme valgono all’incirca quanto i socialdemocratici. Popolari e socialdemocratici uniti sono ben lontani da una maggioranza nel Parlamento UE. C.v.d.

Il dettaglio nazionale è impressionate. Alba Dorata in Grecia dimezza i consensi; i neonazisti tedeschi perdono due punti percentuali in un anno; i neofranchisti spagnoli assommano meno di un terzo dei popolari crollati al minimo storico; il dominus polacco, il PIS di Jarosław Kaczyński, viene sorpassato dalla somma dell’alleanza europeista più i socialdemocratici (sciaguratamente ostinati a presentarsi da soli in una situazione di vera emergenza democratica); perfino la “vittoriosa” Marine Le Pen perde voti in termini assoluti, rispetto al primo turno di presidenziali poi perse piuttosto nettamente, e prende gli stessi seggi di un Macron al suo minimo di popolarità e presentabilità; gli unici sovranisti che vincono sono Salvini e Orban, il quale ultimo però si guarda bene dall’abbandonare il PPE (che a sua volta non lo caccia e forse anche per questo perde voti e credibilità).

In Gran Bretagna la “pancia” antieuro si aggrega attorno alla lista prêt-à-porter di Farage, ma conservatori e laburisti vengono sorpassati dai liberali, primo dei partiti tradizionali come non accadeva da più di un secolo; mentre i Verdi, del “remain” senza se e senza ma, raggiungono per la prima volta percentuali da vera forza nazionale. In Germania proprio i Verdi umiliano la vecchia e uggiosa SPD e si presentano ormai come l’architrave di qualsiasi opposizione ai cristiano sociali. Altrettanto accade in Francia, dove gli ambientalisti doppiano il partito che fu di Mitterand. L’onda lunga della fine del modello socialdemocratico premia gli ambientalisti anche, in generale, in tutti gli Stati del Nord, dove i socialisti tengono e i liberali, in generale, crescono.

Che prospettive si aprono per l’Ue dopo questo voto? Dopo tanti mesi di contorcimenti e allarmi, cui i due grandi blocchi tradizionali non hanno saputo reagire se non con precetti di paura in negativo e parole d’ordine stantie, paradossalmente si apre una fase più interessante proprio per i federalisti.

Non si governerà l’Ue senza un contributo sostanziale di forze più coraggiosamente votate a una integrazione “forte” come liberali e Verdi. Ci saranno ovviamente difficoltà non piccole all’inizio, come sempre quando si rende necessario aggregare una “grande coalizione” con margini di eterogeneità più estesi. Ma a regime c’è da aspettarsi che la deriva intergovernativa trovi nelle due nuove forze verosimilmente da aggregare al timone dell’integrazione un ostacolo, e che la benedetta logica della “unione sempre più stretta” riprenda quota, seppure tra contrasti e gelosie nazionali, segnando qualche punto a proprio favore.

Ovviamente non si apre, da stamattina, nessuna nuova stagione federalista per l’Europa; ma l’immiserimento in un piatto scambio tra governi, che ha caratterizzato l’Ue sin dai tempi sciagurati di Aznar e Berlusconi, non potrà andare avanti senza ostacoli, come è stato finora. E che l’argine ai sovranisti sia venuto non da un rafforzamento delle due grandi forze responsabili della deriva, ma dalla nuova linfa portata dai due gruppi in maggiore crescita è una notizia che solo un anno fa abbiamo dato su queste colonne come anteprima, mentre tutti storcevano il naso e ci davano degli illusi; ed è questa, ovviamente, cosa ottima proprio per i federalisti. […]

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