“Madonna faccio una figura della Madonna… c’ho mezza Forza Italia cazzo stasera… Tutti quelli di Varese… Tutti i numeri uno di Forza Italia di Varese son lì figa… Faccio una figura faccio… Se va bene stasera Emi… minchia… sei il mio Maradona cazzo…”. E’ incontenibile l’eccitazione dell’imprenditore dei rifiuti Daniele D’Alfonso, titolare della Ecol-Service srl, inconsapevole naturalmente di essere ascoltato in diretta nell’indagine che oggi lo ha portato in carcere insieme ad altre 27 persone. Perché quella sera, il 18 gennaio 2018, riuscirà a mettere intorno a un tavolo non solo lo stato maggiore varesino per partito berlusconiano, ma anche due big di Milano e Lombardia: Pietro Tatarella (nella foto), consigliere comunale nel capoluogo e vicecoordinatore regionale, e Fabio Altitonante, sottosegretario regionale all’area Expo. Anche loro arrestati oggi. Il locale prescelto è la discoteca Noir di Lissone, in provincia di Monza-Brianza. Di cui “Emi”, non meglio precisato nelle carte dell’inchiesta, è il gestore.

Il Noir, però, si è guadagnato in questi ultimi anni una fama che ne sconsiglierebbe l’uso per riunioni politico-imprenditoriali. Antonino Belnome, famiglia calabrese di Guardavalle ma nato e cresciuto a Giussano, nel cuore della Brianza, uno dei più importanti collaboratori di giustizia di ‘ndrangheta degli ultimi anni in Lombardia, lo annovera fra i posti in cui gli ‘ndranghetisti erano ospiti graditi e potevano consumare a volontà senza pagare un euro: il conto “poteva ammontare a mille, anche duemila euro, perché se eravamo in quindici-venti non è che bastavano tre-quattro bottiglie”, mette a verbale il 10 dicembre 2010 davanti alle pm dell’Antimafia Ilda Boccassini e Alessandra Dolci. Si parla di champagne da 250 euro a bottiglia, precisa il collaboratore di giustizia, di “cinque, sei, sette bottiglie”.

Certo, un bel benefit, che gli ‘ndranghetisti radicati in Brianza non hanno neppure bisogno di estorcere con minacce e violenze. Spiega ancora Belnome: nella zona il gestore di un locale “mi conosce, sotto sotto sa chi sono, poi lo vede nel comportamento degli altri, nota determinati atteggiamenti, nota come si comportano al tavolo con me, quando entro quelli che mi salutano, allora il gestore le nota queste cose, quindi le capisce, anche se non è del posto e compra il locale in quel posto. Quindi in automatico non la fa pagare, e poi questo funziona come … diventa un rituale”.

Ed è ancora il pentito, diventato padrino a quarant’anni, esecutore materiale dell’omicidio di Carmelo Novella nel 2008, a dire ai pm che al Noir la sicurezza era gestita da Paolo De Luca. De Luca, anche lui nato e cresciuto al Nord, nella vicina Seregno, sarà arrestato nel 2016 con l’accusa di associazione mafiosa. Secondo gli investigatori, il “boss invisibile” era in contatto con il clan Mancuso di Limbadi (Vibo Valentia), molto attivo in Brianza. Niente di tutto questo ha impedito alla Lega nord salviniana di chiudere proprio al Noir, il 2 marzo 2018, la campagna elettorale per le regionali (ne scrisse anche Roberto Saviano su Repubblica). Presente Paolo Grimoldi, deputato e segretario nazionale lombardo della Lega.

All’imprenditore D’Alfonso, il promotore della “cena con spettacolo” nella discoteca brianzola, i magistrati contestano l’aggravante mafiosa, per l’accusa di aver fatto lavorare nei suoi cantieri le ditte del clan Molluso di Buccinasco. E di aver tenuto a libro paga il sottosegretario Altitonante in cambio di favori negli appalti dell’Amsa, la municipalizzata milanese dei rifiuti. Ma perché politici e imprenditori si riuniscono nel privé di una pista da ballo? L’intento lo chiarisce lo stesso D’Alfonso. Parlando con “Emi” spiega che si tratta a tutti gli effetti di “una cena aziendale”. Che gli costerà parecchio, prevede, perché “tra mangiare e dopo… questi bevono come sanguisughe…”. Fra gli invitati, si legge nelle carte dell’inchiesta, figura Andrea Grossi, figlio di Giuseppe, il “re delle bonifiche” lombarde deceduto nel 2011, coinvolto in diversi procedimenti giudiziari. Il gip ha disposto per lui la misura cautelare dell’obbligo di firma. L’accusa è di aver versato illecitamente, insieme a D’Alfonso, 10mila di finanziamento a Fratelli d’Italia, finiti sul conto corrente del partito nella filiale Bpm di Montecitorio.

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