Sono mesi che seguo da vicino la vicenda delle proteste dei rider delle varie aziende di food delivery. Mi colpisce la capacità di questi lavoratori di politicizzare le loro istanze, di far sentire la loro protesta, tanto da spingere lo stesso ministro Luigi Di Maio ad annunciare una legge specifica sul settore che vieti il lavoro a cottimo, prefigurando – sembra – una categorizzazione di questi lavoratori come dipendenti o quasi. Incredibile – ho pensato – vedere come, mentre i rider assurgevano a simbolo dei nuovi precari, i giornalisti non riescano a far sentire la loro voce e le loro istanze. Quelle di lavoratori in grande, enorme sofferenza. Che magari scrivono tutti i giorni sia sui rider sia su lavoratori sottopagati, spesso prendendo meno di loro, senza che nessuno lo sappia; tanto che sono i molti, ancora, che continuano a pensare che i giornalisti siano una casta ricca e arrogante.

Invece soffriamo. Soffrono i colleghi dipendenti, che lavorano fino a tarda sera e non hanno mai un giorno di lavoro meno intenso e serrato, visto che le notizie non si fermano mai. Soffrono – forse ancor di più, almeno per chi non ha altre entrate o una famiglia alle spalle  – quei collaboratori e free lance diventati ormai la stragrande maggioranza dei giornalisti italiani, quasi sette su dieci, una percentuale di precarietà che non colpisce nessun settore produttivo italiano. Otto di loro dieci guadagnano meno di 10mila euro all’anno, uno su due meno di 5mila. Andranno in pensione con poche centinaia di euro, sempre annue, non mensili, e oggi – nel 2019 – lavorano senza alcuna tutela, né malattia, né ferie pagate. E, a differenza di altri lavoratori, impossibilitati a qualsiasi forma di lavoro in nero.

Esiste, anzitutto, una questione strutturale che spiega il dolore in cui vive questa categoria. E cioè il fatto che per molti anni, sul web, le persone sono state abituate ad avere notizie gratis, rendendo difficile per gli editori avere entrate. A questo si aggiunge una crisi della carta stampata che sembra irreversibile, accentuata dalla chiusura delle edicole che aggravano la situazione di quei giornali che continuano ad avere lettori, i quali però non sanno più dove comprare il giornale.

E poi c’è il problema del rapporto con i giganti del web, come Google e Facebook, che drenano gratuitamente contenuti faticosamente prodotti. Un problema a cui la recente sentenza del Parlamento europeo ha cercato di mettere un freno, in un modo che però, come hanno scritto acuti commentatori ed esperti come Guido Scorza, non aiuterà gli autori e creativi indipendenti (il problema, però, rimane). In altri paesi, come negli Stati Uniti, giornali autorevoli come il New York Times sono riusciti a far decollare gli abbonamenti digitali, e oggi possono persino permettersi di dire no all’essere integrati nel nuovo servizio di Apple News (che da un lato rappresenta un minaccia per molti editori, ma dall’altro potrebbe forse rappresentare un’opportunità).

Ma la situazione strutturale italiana si aggrava anche per altri motivi: perché in passato sono stati profusi soldi a pioggia a poche testate, magari quelle vicine a chi governava e spesso testate senza alcun valore sociale e politico. Fondi pubblici che ora il governo vuole azzerare, ma non senza enormi costi umani e non solo, come la vicenda di Radio Radicale dimostra. Resto convinta che sebbene l’attuale modello di finanziamento pubblico sia sbagliato, si potrebbe ripensare una forma di sostegno trasparente, partendo dal presupposto che l’informazione è una della cose più preziose e necessarie che esistano, come dimostrano quei lettori che ogni giorno a milioni scaricano e leggono articoli sul web. E che essere editori puri è un compito veramente arduo, oggi, sul mercato italiano.

Ma tornando alla sofferenza dei giornalisti, il punto fondamentale resta questo: e cioè che per fare un articolo ci vuole immensa fatica. Ogni parola è lavorata in maniera certosina, studiata, esattamente come si lavora un qualsiasi altro prodotto. In più, la parola di un giornalista deve rispecchiare la verità dei fatti: ovvio, dicono i tanti lettori. Ma per noi questo significa un impegno totale non solo per dire le cose come realmente stanno, ma anche per schivare querele spesso mosse da chi non ha niente da perdere e a cui un’indegna legge, ancora non cambiata nonostante gli appelli, consente di avere il coltello dalla parte del manico. Perché querelare non costa nulla, e se si perde si pagano solo le spese, mentre un giornalista, magari autonomo, è condannato a vivere anni di attesa con l’ansia di vedersi pignorata la casa dove vive e costretto a pagare spese che con il suo stipendio non può permettersi (non a caso l’associazione Ossigeno per l’informazione offre tutela gratuita a questi colleghi).

E veniamo all’ultimo punto, in realtà quello centrale. Quello dell’equo compenso dei singoli giornalisti, che si collega alla discussione di questi giorni anche sul salario minimo, che ha visto opposti governo e sindacati. Ad oggi, la retribuzione dei singoli articoli e inchieste è assolutamente insufficiente rispetto al tempo speso per produrre un articolo o reportage di alta qualità, come sempre viene chiesto. Se si divide il compenso per un pezzo con le ore lavorate si otterranno paghe orarie inferiori ai rider, se non agli stessi coltivatori di pomodori di cui i giornalisti spesso si occupano. La situazione è insostenibile, specie visto che le tabelle previste dall’Ordine stesso dei giornalisti indicano cifre bene differenti.

Ricordiamo che nel 2014 il governo fece un accordo con l’Inpgi, la Federazione italiana degli editori, e lo stesso sindacato dei giornalisti, in cui si definiva equo un trattamento di 250 euro al mese e 3mila all’anno. Si oppose l’Ordine dei giornalisti, che disse che quei soldi “non bastavano neanche per il pane”, tanto che impugnò la legge di fronte al Tar del Lazio, il quale bocciò ovviamente l’accordo, visto che i parametri erano “insufficienti a garantire un’esistenza libera e dignitosa”. Anche il Consiglio di Stato intimò di rifare la legge e di riconvocare la Commissione sul lavoro autonomo.

E proprio di recente, a marzo, l’Associazione stampa romana, che da anni si sta battendo con grande impegno per la tutela dei giornalisti precari, ha vinto un ricorso al Tar, presentato insieme con l’Assostampa Siciliana, che impone al governo di riconvocare entro 30 giorni la commissione “per determinare un nuovo ammontare della prestazione da lavoro non subordinato”. Da Assostampa Siciliana spiegano che la sentenza non è stata ancora praticamente notificata, nella speranza di giungere immediatamente a un tavolo, ma che se non dovessero arrivare segnali lo si farà subito. E a quel punto il governo dovrà impegnarsi insieme agli editori e al sindacato perché, pure nella gravissima situazione di crisi in cui versa l’editoria e con i giornali con bilanci drammaticamente precari, si risolva una volta per tutti la questione tragica di migliaia di lavoratori che oggi hanno compensi da fame.

È giusto, il primo maggio, parlare anche di loro. Perché se qualcosa non cambia, presto potranno accedere a questo mestiere – in parte già avviene – solo coloro che vivono di altre entrate. Non solo: potranno occuparsi di questioni scottanti, di conflitti di interesse, aziende che truffano, lobby, mafie e altri temi solo coloro che hanno le spalle coperte. Per tutti gli altri, già oggi non è possibile più trattare certi temi. Troppo rischioso, rispetto a un compenso ridicolo. Ci si occupa di altro, e non certo per indifferenza o superficialità. Ma le conseguenze per la nostra democrazia sono evidenti.

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