Se in Italia sono attive tra le 130 e le 140 piattaforme per l’estrazione di petrolio e metano, sono solo una quarantina quelle su cui è previsto per legge un monitoraggio ambientale. A un mese dall’incidente avvenuto il 5 marzo scorso sulla piattaforma Barbara F dell’Eni, a circa 60 chilometri al largo di Ancona, nel quale ha perso la vita l’operaio di 63 anni Egidio Benedetto e sono stati feriti altri due colleghi della ‘Bambini’ di Ravenna, la deputata di Liberi e Uguali Rossella Muroni ha presentato un’interrogazione parlamentare, rivolta al ministro dell’Ambiente Sergio Costa e a quello dello Sviluppo economico Luigi Di Maio, mettendo in luce una serie di carenze nel sistema dei controlli delle piattaforme e chiedendo di colmare il vuoto normativo sulla questione. “Quanto avvenuto – scrive Rossella Muroni – avrebbe potuto anche portare a un rilevante incidente ambientale con conseguente danno all’ecosistema marino”.

IL DOSSIER DI GREENPEACE SULL’IMPATTO DELLE PIATTAFORME – Nell’interrogazione, la deputata cita il dossier pubblicato a marzo 2016 da Greenpeace, nel quale per la prima volta venivano resi pubblici e analizzati i dati del Ministero dell’Ambiente relativi all’inquinamento generato da oltre 30 trivelle attraverso sostanze chimiche pericolose, alcune delle quali associate a patologie gravi come il cancro. L’associazione aveva posto all’attenzione dell’opinione pubblica l’impatto che queste strutture hanno sull’ambiente circostante. Per diverse piattaforme, infatti, erano state riscontrate “forti criticità nei sedimenti intorno alle piattaforme per diversi metalli pesanti (mercurio, cadmio, piombo, arsenico, cromo, nichel, zinco, bario) – ricorda la deputata – oltre agli idrocarburi policiclici aromatici (Ipa) e agli oli minerali totali. Le stesse criticità erano state trovate anche nei mitili adesi ai piloni delle piattaforme”.

LA QUESTIONE DEI CONTROLLI – Per quel dossier, Greenpeace aveva chiesto i dati di tutte le piattaforme attive nei mari italiani, ma dal ministero erano arrivati solo quelli relativi al monitoraggio di 34 impianti, tra il 2012 e il 2014. Controlli eseguiti da Ispra e commissionati da Eni, sulla base di una apposita convenzione Eni-Ispra. “Il controllore – denunciava Greenpeace – è a libro paga del controllato”. La deputata di Liberi e Uguali oggi ricorda che “i monitoraggi prevedono analisi chimico-fisiche su campioni di acqua, sedimenti marini e mitili che crescono nei pressi delle piattaforme”. Ma quante sono le strutture monitorate? “Le piattaforme che richiedono l’autorizzazione per lo scarico in mare o la reiniezione delle acque di strato e che quindi sono oggetto di monitoraggio ambientale sono circa una quarantina” scrive nell’interrogazione parlamentare Rossella Muroni, ricordando che le piattaforme offshore attive, però, sono molte di più. Siamo tra le 130 e le 140: “Di queste circa 90 sono quelle che non scaricano e non reiniettano e per loro non è previsto, a norma di legge vigente, alcun monitoraggio”. In pratica, per queste piattaforme, dal punto di vista ambientale, non si ha a disposizione alcun dato.

L’INTERROGAZIONE AI MINISTERI – A riguardo, la deputata chiede “se il Governo abbia intenzione di porre rimedio al vuoto normativo” e se non ritenga opportuno che l’Eni stipuli una convenzione direttamente con il Ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare, dando poi l’incarico a Ispra di effettuare i monitoraggi. Poi c’è la questione della trasparenza, in merito alla quale Rossella Muroni, chiede se non si intendano rendere pubblici i risultati e le valutazioni dei monitoraggi ambientali che annualmente le società petrolifere inviano al Ministero dell’Ambiente e se queste valutazioni abbiano confermato le criticità evidenziate nel dossier di Greenpeace. E ancora se “a fronte di questo, si sia proceduto a sospendere o a negare il rinnovo dell’autorizzazione allo scarico in mare o alla reiniezione delle acque di strato così come previsto dalla normativa vigente”.

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