“La maggior parte degli artisti sono attratti da ciò che è nascosto, da ciò che è proibito, tabù. Se sei un artista serio non puoi accettare i tabù, qualcosa che non puoi guardare, qualcosa che non puoi pensare, qualcosa che non puoi toccare”.

A lungo relegato dalla critica (specie italiana) nelle periferie dell’horror, quello del regista David Cronenberg è in realtà uno fra gli sguardi più originali e complessi dell’intero cinema contemporaneo. Attratto dalla scrittura dei maestri della beat generation – su tutti William S. Burroughs -, dalla sensualità di Federico Fellini e dal formalismo di Michelangelo Antonioni, Ingmar Bergman e Akira Kurosawa, il cineasta canadese ha saputo piegare le suggestioni del genere alle esigenze di un immaginario filosofico personalissimo, in grado di cogliere con straziante lucidità lo spirito del nostro tempo. A pochi giorni dall’apertura della 75° Mostra del Cinema di Venezia (28 agosto-9 settembre), che ha deciso di omaggiarne l’arte con il Leone d’Oro alla carriera e con una proiezione speciale di M. Butterfly (1993), ripercorriamo dunque insieme una filmografia condotta al riparo dalle “luccicanze” di Hollywood. Cinque tappe, non necessariamente le più riuscite o apprezzate, ma le più adatte a rintracciare le fobie e i tormenti di una psiche abitata dai demoni della malattia, della mutazione e del conflitto fra corpo e carne. Perché se le passioni identificano l’uomo, sono le ossessioni che ne agitano il genio.

I – L’immagine: Videodrome (1983)

Un incubo distopico covato sin dagli albori degli anni 70, una profezia deviata e disturbante in grado di contaminare il genere con l’indagine psicologica. Ma anche un’occasione di critica sociale e di riflessione sul potere dell’immagine e sulle sue aberrazioni. Adottando i caratteri della fantascienza orrorifica, la pellicola affianca la discesa agli inferi di Max Renn, proprietario di una piccola tv via cavo specializzata nella messa in onda di filmati estremi, violenti e pornografici. Affascinato dalla morbosità dei contenuti di una misteriosa trasmissione pirata, il protagonista ne diverrà presto succube, sovrapponendo e confondendo i connotati di finzione e realtà sino a renderle indistinguibili. Ottava meraviglia del regista canadese, Videodrome avanza la propria candidatura a manifesto della cinematografia cronenberghiana, custodendone i temi prediletti della mutazione e del rapporto tra uomo e macchina. Rapita dalle allucinazioni di una mente corrotta, la narrazione regala scene di assoluto impatto tra cui la celebre sequenza di un amplesso che vede coinvolti James Woods e lo schermo di un televisore, spudorata metafora di una sessualità che sostituisce al calore dei corpi la “nuova carne” dei display. Musicato da Howard Shore (Il signore degli Anelli e Hugo Cabret), il film troverà il suo seguito spirituale in Existenz (1999), in cui sarà la realtà virtuale a essere scandagliata nei suoi abissi più cupi.

Festival di Venezia 2018, David Cronenberg e lo spirito del nostro tempo tra strazio e filosofia

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