Una carriera straordinaria, straripante di successi distribuiti fra teatro, televisione ma soprattutto tanto, magnifico cinema. Un’unica firma capace di autografare decine e decine di pellicole imperdibili, componendo una filmografia così alta e sconfinata da far impallidire persino la più fertile fra le correnti artistiche. Esaurire le infinite personalità di Ingmar Bergman in un semplice articolo sarebbe impossibile. Meglio dunque procedere per impressioni, nel tentativo di tracciare, a 100 anni dalla sua nascita, un ritratto del maestro svedese riscoprendone il genio attraverso sette fra i suoi massimi capolavori.

I – Maestro fra i maestri: Monica e il desiderio (1953)

Summa artistica di una prima fase del cinema bergmaniano contraddistinta da tematiche generazionali, Monica e il desiderio ha il respiro delicato di un racconto di tarda estate e il battito feroce di una passione che arde e brucia, lasciando solo la cenere. Condotta a passo di danza da Monika e Harry, giovani proletari impegnati in una fuga d’amore e libertà, l’opera è un prodigio per la regia rigorosa eppure capace di concedersi al fascino della sua protagonista, Harriet Andersson (fra i tanti amori del cineasta di Uppsala), la cui “scandalosa” bellezza divampa nel celebre e insistito sguardo in macchina con cui pare interrogare lo spettatore nella sua umana fragilità. Nel 1958 Jean-Luc Godard definì quegli occhi “il primo piano più triste della storia del cinema”, elevando l’opera ad antesignana della Nouvelle vague, come testimoniato poi dal recupero che lo stesso regista francese fece di tale espediente in Fino all’ultimo respiro (in cui è Jean-Paul Belmondo a squarciare la quarta parete) e provato dal tributo offertogli da François Truffaut ne I quattrocento colpi, dove la foto rubata dal piccolo Antoine Doinel è proprio uno scatto della Andersson a spalle scoperte.

II – Un “cristiano ateo”: Il settimo sigillo (1957)

I chiari rimandi ai Carmina burana di Carl Orff e alle incisioni di Albrecht Dürer compongono le atmosfere di un medioevo cupo ma al contempo estremamente umano. Giocato attorno a una partita a scacchi fra il cavaliere Antonius Block e la Morte in persona, Il settimo sigillo accoglie così tra le ombre di uno straordinario bianco e nero gli abissali interrogativi che popolano l’animo di Bergman. Sviluppando un atto unico teatrale scritto da lui stesso pochi anni prima (Pittura su legno), Ingmar confeziona infatti un film capace di scuotere le viscere di una religiosità personale e tormentata, su cui incombe la constatazione dell’eterno mutismo di Dio, il cui silenzio è tradito solo dallo sconforto di chi, invece, avrebbe il disperato bisogno di trovarvi una risposta. Pur aderendo al pessimismo esistenziale di Jean-Paul Sartre, Bergman non rinuncia tuttavia all’ironia di dialoghi acuti e frizzanti, sostenuti da una messa in scena a tratti favolistica e impreziosita da innumerevoli suggestioni visive. Realizzato in soli 30 giorni e con mezzi ristrettissimi, il lungometraggio partecipò alla decima edizione del Festival di Cannes, conquistando il Premio speciale della Giuria.