La Dda di Catanzaro e la squadra mobile di Vibo Valentia ha messo le mani sui “giardini segreti” della cosca Mancuso. Oltre 26mila piante di marijuana che avrebbero fruttato alla ‘ndrangheta almeno 20 milioni euro. L’operazione è scattata sabato all’alba quando gli uomini del questore Andrea Grassi hanno arrestato 18 persone che, per i pm guidati dal procuratore Nicola Gratteri, facevano parte di un’organizzazione di narcotrafficanti gestita da Emanuele Mancuso, il figlio del boss Pantaleone Mancuso conosciuto con il soprannome di “Ingegnere”.

Proprio la collaborazione di Emanuele Mancuso, il primo pentito della famiglia mafiosa di Limbadi, sta dando i primi risultati investigativi e rischia di diventare il grimaldello con il quale i pm possono colpire al cuore la cosca fino a ieri, almeno per quanto riguarda il nucleo familiare originario, immune dalla “mannaia” dei collaboratori di giustizia. Oggi non è più così e, nell’ordinanza di custodia cautelare, i giudici definiscono le dichiarazioni del Mancuso “precise, costanti, coerenti e, in definitiva, pienamente credibili, risultando frutto di una genuina volontà di uscire dall’ambiente malavitoso in cui era inserito”.

In particolare il pentito si occupava di quello che gli investigatori definiscono “l’oro verde” dei Mancuso. Con l’operazione “Giardini segreti”, 8 persone sono finite in carcere, 9 ai domiciliari e per una, su richiesta del sostituto procuratore della Dda Annamaria Frustaci, il gip ha disposto l’obbligo di dimora. Altri dieci, infine, sono gli indagati nell’inchiesta partita con un sequestro di marijuana a Nicotera, Joppolo e Capisttrano.

Dalle carte della Dda emerge che l’organizzazione che faceva capo ai Mancuso era capace di provvedere a tutte le fasi del ciclo di produzione. Il figlio del boss, oggi pentito, controllava personalmente i terreni destinati alla coltivazione della droga attraverso alcuni droni che volavano sui terreni dove venivano piantati semi di canapa indiana (acquistati online) e concime. La cura delle piantagioni era affidata agli uomini dei Mancuso ma anche a manodopera reclutata tra gli extracomunitari.

Il figlio del boss si è pentito qualche settimana fa quando l’inchiesta era già a buon punto. I suoi verbali non hanno fatto altro che confermare un quadro già chiaro alla squadra mobile di Vibo. “Quando l’indagine era quasi definita – ha affermato infatti il procuratore Nicola Gratteri – è arrivato un colpo di fortuna: il pentimento del rampollo. Emanuele Mancuso è uno specialista, io non ho mai visto uno più esperto nella tecnica di coltivazione della marijuana. Sembra un agronomo, conosce anche i sistemi di coltivazione indoor. Ci ha dato un saggio delle sue conoscenze. Le sue dichiarazioni hanno chiuso il cerchio”.

È sufficiente leggere cosa ha dichiarato il collaboratore per saggiare la sua preparazione nel settore della marijuana: “Io mi sono sempre occupato della coltivazione in modo professionale e ho sviluppato delle competenze specifiche – sono le parole di Emanuele Mancuso – Ad esempio posso riferire che se si coltivano 10mila piante autofiorenti, il prodotto ottenuto equivale a quello ricavato quando si coltivano circa 500 piante grandi. Le piante autofiorenti si chiamano così perché in base alla loro caratteristica chimica, fioriscono senza il mutamento del clima, ma con una particolarità: o in base alla loro chimicità o in base alle sostanze chimiche indotto dallo stesso coltivatore. Il prodotto varia anche in base al terreno perché deve essere morbido affinché la radice si espanda in modo veloce”.

Coltivare questo tipo di piante ha un vantaggio per i trafficanti di marijuana: “Le puoi coltivare quattro volte l’anno perché sono chimiche, mentre le piante del tipo indaca si possono piantare solo una volta l’anno e fioriscono dopo il 26 giugno perché hanno un ciclo naturale che dipende dalla durata della luce del sole”. Durante la conferenza stampa, il procuratore Gratteri ha colto l’occasione per ribadire la sua opinione sulla legalizzazione delle droghe leggere: “Tra gli arrestati c’è una ragazza devastata dal punto di vista cerebrale dall’uso della marijuana”.

Nel corso dell’inchiesta, la Dda è riuscita a oscurare un sito internet dove i Mancuso compravano migliaia i semi: “È la prima volta che si riesce a oscurare un sito. Sono stati sequestrati dodici negozi che vendevano semi all’ingrosso”. Semi che poi Emanuele Mancuso rivendeva, spacciandoli come se fossero “semi da collezione”. Il procuratore Gratteri non ha dubbi: “Sono tutte ipocrisie consentite dalla legge”.