“Quasi tutte le indagini sulle stragi italiane sono state depistate da apparati deviati dello Stato. È una tragica verità che oggi diventa consapevolezza collettiva”. Sono le parole del procuratore generale di Palermo, Roberto Scarpinato, ospite di In Onda (La7), commentando la strage di Via D’Amelio, di cui ieri ricorreva il 26mo anniversario e nella quale furono assassinati il giudice Paolo Borsellino insieme agli agenti della scorta. “Questa verità” – continua il magistrato – “ci deve porre un interrogativo: è possibile che ancora oggi non riusciamo a sapere i nomi di queste persone che hanno deviato le indagini? Questo è un buco nero della democrazia italiana. Una buona cosa che è stata fatta qualche tempo fa è l’istituzione del reato di depistaggio. Se fosse esistito 25 anni fa, avrebbe consentito oggi di sapere molte più verità di quanto abbiamo saputo”. Scarpinato fa un excursus sulle stragi la cui verità non è mai stata appurata: “Nelle indagini sulla strage di Bologna è stato accertato che i vertici dei servizi segreti e Licio Gelli hanno svolto attività di inquinamento. La stessa cosa è avvenuta per la strage di piazza Fontana a Milano e per quella di Brescia. Nella strage di via D’Amelio abbiamo avuto un replay: come hanno scritto i magistrati nella sentenza Borsellino Quater, si tratta di un processo pieno di lacune e di anomalie, perché documenti importanti sono stati fatti sparire, come la famosa agenda rossa“. E aggiunge: “Ma ancora prima della strage del 19 luglio 1992 i magistrati sono stati privati della possibilità di una documentazione preziosa che si trovava nel covo di Riina e che fu fatta sparire. Sono sparite anche le memorie dell’agenda elettronica di Giovanni Falcone. Ci sono persone che conoscono fatti importanti e che continuano a tacere, perché hanno paura di qualcosa che è più grande della mafia. Ed è una paura giustificata”