Gli ex contrabbandieri brindisini, “storicamente contigui” agli ambienti della Sacra Corona Unita, si sono “riconvertiti” all’immigrazione clandestina come nuovo “core business”. È quanto sostiene la Direzione investigativa antimafia nell’ultima relazione semestrale. I vecchi uomini della mala dell’Alto Salento hanno quindi trovato un nuovo canale per ‘fare cassa’ oltre a mantenere i due asset storicamente importanti, quello del racket delle estorsioni e del commercio di sostanze stupefacenti, in particolare marijuana, grazie ai “collegamenti”, scrive la Dia, tra il territorio e l’Albania creando un canale “transnazionale” con “fidati referenti” del Paese delle Aquile che operano nel Salento.

In aggiunta, la novità del trasporto dei clandestini che ha creato un nuovo “indotto criminale”. Significativa, secondo la Direzione antimafia, è l’operazione Caronte dello scorso ottobre che ha svelato un’associazione criminale composta da un iracheno e sei italiani “con compiti direttivi e organizzativi” tra i quali, appunto, “alcuni ex contrabbandieri brindisini”. Per realizzare il trasporto di cittadini stranieri dalla Grecia e dall’area balcanica verso l’Italia, si legge nella relazione, “il sodalizio si avvaleva di imbarcazioni nella disponibilità dell’organizzazione (semicabinati, yacht e natanti non di fortuna), adibiti per il trasporto di un numero limitato di migranti” e allo stesso tempo il gruppo “predisponeva la vigilanza degli ormeggi delle forze dell’ordine, allo scopo di scongiurare la presenza in mare delle motovedette durante le operazioni di avvicinamento e sbarco”.

Nel mirino dei finanzieri, finirono l’ostunese Cosimo CalòAntonio e Cosimo Massaro, padre e figlio, di Brindisi, Giovanni Carabotti di Cisternino, i fasanesi Francesco Calamo Antonio Natola. Il gruppo – secondo l’indagine – aveva contatti con alcune decine di altri soggetti, sei dei quali residenti in Grecia ed Albania e rimasti non identificati. I viaggi, a differenza della tratta più battuta dalla Libia, vengono considerati di “lusso” per fasce di migranti medio-alte, soprattutto siriani e somali.

I brindisini – come aveva raccontato Ilfattoquotidiano.it – si occupavano della logistica dell’ultima parte del viaggio, dalla Grecia alla Puglia: viaggi sicuri, senza grandi numeri e su imbarcazioni di livello, per i quali si sborsavano 4500 euro a testa. Dalle indagini, coordinate dal pm Guglielmo Cataldi, era emerso il tentativo di inserirsi nelle gare pubbliche per l’acquisto di imbarcazioni dismesse dalla flotta della Guardia di Finanza. Somme modeste, ma altamente simboliche: quei bandi venivano visti come possibile lavatrice dei soldi sporchi incassati con il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Per due volte il gruppo è riuscito ad accaparrarsi i natanti fuori uso delle Fiamme Gialle, per poi rivenderli a società montenegrine e lucrare sulla differenza di prezzo. Le offerte venivano presentate tramite una società nautica con sede in Albania e intestata al figlio di uno degli arrestati. Altre volte, l’azienda è stata esclusa per varie inadempienze e irregolarità eccepite durante le procedure di aggiudicazione.

I brindisini hanno cercato di sfruttare la loro solida esperienza maturata con il contrabbando di sigarette. Inizialmente hanno provato a capire se c’era margine per importare droga, come altri ex “colleghi” hanno provato a fare con la marijuana albanese. Poi, si sono gettati a capofitto nel lucroso trasporto dei migranti. E hanno messo a frutto le tecniche note: vedette sulla riva, verifica che le imbarcazioni della Finanza fossero ormeggiate e non in mare, adeguamento delle rotte per sottrarsi ai controlli.

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