I soldi della tratta di migranti reimpiegati nell’acquisto di imbarcazioni della Guardia di Finanza. È un ex contrabbandiere brindisino la mente del particolarissimo sistema di riciclaggio scoperto dalla Dda di Lecce in una delle poche inchieste che dimostrano un ruolo attivo degli italiani nella gestione degli sbarchi. In mattinata, sette ordinanze di custodia cautelare ai domiciliari sono state eseguite dai finanzieri del Nucleo di Polizia Tributaria di Lecce, dello Scico di Roma e della Sezione Operativa Navale di Otranto. Nella rete è finito un gruppo dedito al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina via mare e composto da Cosimo Calò, 72 anni, di Ostuni; Antonio e Cosimo Massaro, padre e figlio, di Brindisi, di 62 e 35 anni; Francesco Calamo, 49 anni, di Fasano; Giovanni Carabotti, 49, di Cisternino; Antonio Natola, 53, di Fasano. Un mandato di arresto europeo è stato emesso anche a carico di un iracheno residente in Grecia. Ulteriori indagini sono in corso per stringere il cerchio attorno al resto della banda, composta da 26 soggetti, sei dei quali residenti in Grecia ed Albania e rimasti ad oggi non compiutamente identificati.

Viaggi di “lusso” per fasce di migranti medio-alte: è questo ciò che la cellula provava a garantire soprattutto a siriani e somali. I brindisini si occupavano della logistica dell’ultima parte del viaggio, dalla Grecia alla Puglia, e non a caso l’operazione è stata chiamata “Caronte”. Erano loro ad acquistare imbarcazioni per trasbordi sicuri, senza grandi numeri e per i quali si sborsavano 4500 euro a testa. Velieri e cabinati i mezzi privilegiati, comprati in Italia da venditori privati. Ma non solo: dalle indagini, coordinate dal pm Guglielmo Cataldi, è emerso il tentativo di inserirsi nelle gare pubbliche per l’acquisto di imbarcazioni dismesse dalla flotta della Guardia di Finanza. Somme modeste, ma altamente simboliche: quei bandi venivano visti come possibile lavatrice dei soldi sporchi incassati con il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Per due volte il gruppo è riuscito ad accaparrarsi i natanti fuori uso delle Fiamme Gialle, per poi rivenderli a società montenegrine e lucrare sulla differenza di prezzo. Le offerte venivano presentate tramite una società nautica con sede in Albania e intestata al figlio di uno degli arrestati. Altre volte, l’azienda è stata esclusa per varie inadempienze e irregolarità eccepite durante le procedure di aggiudicazione.

I brindisini hanno cercato di sfruttare la loro solida esperienza maturata con il contrabbando di sigarette. Inizialmente hanno provato a capire se c’era margine per importare droga, come altri ex “colleghi” hanno provato a fare con la marijuana albanese. Poi, si sono gettati a capofitto nel lucroso trasporto dei migranti. E hanno messo a frutto le tecniche note: vedette sulla riva, verifica che le imbarcazioni della Finanza fossero ormeggiate e non in mare, adeguamento delle rotte per sottrarsi ai controlli. Le intercettazioni hanno permesso, tra agosto 2014 e giugno 2015, di seguire da vicino sei sbarchi, con il sequestro di altrettanti natanti e l’arresto in flagranza di reato dei relativi scafisti, persone diverse dagli arrestati di oggi. 150 le persone trasportate nel complesso.

I brindisini andavano spesso anche in Grecia, a contrattare direttamente con il resto del gruppo. L’analisi dei flussi migratori ha permesso di ricostruire il tragitto seguito dai migranti: dai paesi di origine alla Turchia, da lì in Grecia, dove i componenti dell’organizzazione provvedevano al loro ricovero in strutture di fortuna nella città di Atene. Dalla capitale ellenica, poi, il trasporto verso i porti avveniva su camion. Infine, l’ultimo tratto, lo Ionio, nelle mani degli ex contrabbandieri.