“Me lo davi nelle mani caricato, e quando ci chiedevano i documenti: pum, pum. Hahaha: li stendevamo e ce ne andavamo! Hahaha. Così hanno controllato i documenti”. Avevano messo in conto anche di sparare ai carabinieri i soggetti arrestati stamattina a Bagnara, in provincia di Reggio Calabria, nell’ambito dell’inchiesta “Family gang” che ha stroncato un’associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga.

In un eventuale posto di blocco, infatti, due degli arrestati intercettati dalla Direzione distrettuale antimafia non hanno escluso che la possibilità di uccidere i militari qualora questi li avessero fermati mentre stavano trasportando droga e armi: “Stiamo attenti che non ci fermino, che ad entrambi ci fanno la perquisizione! In ogni caso, tienilo qui… L’importante che ammazziamo a loro”.

Dieci in tutto le ordinanze di custodia cautelare emesse dal gip su richiesta del procuratore Giovanni Bombardieri e dei sostituti Walter Ignazitto e Diego Cepece Minutolo. In carcere è finito pure un minorenne. C’era anche lui in quella che gli arrestati paragonano alla banda della Magliana. Anzi, dicono intercettati: “La banda della Magliana ci deve guardare da lontano: hai capito paesanoooo?”.  Per gli investigatori non erano parole al vento perché gli arrestati avevano una grossa disponibilità di armi e munizioni. Nelle intercettazioni si parla finanche di una bomba molotov costruita con una bottiglia piena di benzina collegata a un innesto e utilizzata per incendiare un’auto. 

Al centro dell’inchiesta, infatti, c’è un’organizzazione senza scrupoli formata da soggetti tutti imparentati tra loro e che cercavano di formare una cosca in un locale di ‘ndrangheta che non ha una famiglia mafiosa di competenza. Piuttosto il locale di Bagnara è ritenuto “aperto” e, storicamente, sotto l’influenza delle cosche più blasonate e originarie dei paesi vicini come gli Alvaro. Oltre al traffico di cocaina e marijuana, i reati contestati sono: tentato omicidio, violenza e minaccia a un pubblico ufficiale, minaccia aggravata, danneggiamento, ricettazione e detenzione e porto illegale di armi. Il tutto aggravato dal cosiddetto “metodo mafioso”.

I principali indagati sono Rocco Perrello, di 50 anni, e il trenatovenne Fortunato Praticò. Quest’ultimo, nel dicembre 2017, era stato arrestato perché trovato in possesso di un fucile a pompa calibro 12. Al momento dell’arresto indossava anche un passamontagna e stava andando a uccidere una persona che probabilmente era collegata all’omicidio del cugino Francesco Catalano, ucciso nel 2010 in un agguato mafioso.  L’arroganza del gruppo criminale non si fermava nemmeno davanti alle istituzioni. Sempre Fortunato Praticò, infatti, è accusato di aver sparato all’abitazione del comandante della polizia municipale Rosario Bombara, “colpevole” di aver controllato le licenze di alcuni venditori ambulanti dei quali gli arrestati si sentivano i “protettori”.

In carcere sono finiti anche Fabio Cacciola, Vincenzo Caratozzolo, Antonino Leonardis, Rosario Leonardi, Fabio Praticò, Domenico Scarcella e Samantha Leonardis. Spaccio di droga e controllo del territorio attraverso intimidazioni, attentati e danneggiamenti. Per i carabinieri, l’epicentro della narcotraffico è stato individuato nell’abitazione di Praticò nel quartiere “Marinella”. La casa dell’aspirante boss era il luogo in cui avveniva un’intensa attività di spaccio che coinvolgeva anche la moglie Samantha Leonardis e il fratello Fabio.

“Avevano una modalità operativa veramente pericolosa e aggressiva nei confronti delle istituzioni” ha spiegato il procuratore Giovanni Bombardieri illustrando i dettagli dell’inchiesta condotta dai carabinieri. “Volevano impadronirsi di Bagnara – ha aggiunto il magistrato – Oggi più che mai il controllo del territorio appartiene allo Stato. Siamo intervenuti per evitare il suo incancrenimento”. La vita quotidiana della comunità di Bagnara, infatti, secondo i carabinieri era condizionata dalla gang con il sistematico ricorso all’intimidazione violenta.

C’era pure chi dava “lezioni” su quando portare a compimento le intimidazioni e gli agguati: “Si deve fare a quest’ora perché non se l’aspetta nessuno – sono le parole di Rocco Perrello – Perche si pensa: quale soggetto è che a quest’ora potrebbe sparare ad una persona?Perché è una cosa inaspettata. È come quello che è sicuro che non riescono ad ammazzarlo, che non se l’aspetta. Ricordati sempre che queste cose si devono fare in orari strani”. “Come hanno fatto con Borsellino!” è stata la risposta di un altro indagato che, il 7 novembre scorso, ha lasciato attoniti i carabinieri che stavano ascoltando la loro conversazione.