Una nuova indagine 49 anni dopo. La procura di Palermo ha riaperto l’inchiesta sul Caravaggio perduto. La Natività con i santi Lorenzo e Francesco d’Assisi di Michelangelo Merisi fu rubata la notte del 17 ottobre del 1969 nell’oratorio di San Lorenzo. I pm del capoluogo hanno indagato per anni sulla vicenda ma l’indagine è stata sempre archiviata. Il fascicolo, assegnato all’aggiunto Marzia Sabella e al pm Roberto Tartaglia è ancora a carico di ignoti. Per l’Fbi è uno dei furti d’arte più importanti di tutti i tempi, insieme a uno Stradivari rubato a New York e a un Picasso svanito a Rio de Janeiro.

Recentemente nuovi input agli inquirenti sono stati dati dalla commissione Antimafia presieduta da Rosy Bindi. Nella relazione della commissione che ha sede a Palazzo San Macuto si presume, infatti, che l’opera non sia andata distrutta. Un pentito di mafia, infatti, ha raccontato che l’opera è finita in Svizzera.

Alcuni collaboratori, in passato, avevano raccontato che l’opera era stata rubata dai feroci corleonesi per poi divenire, molti anni dopo, l’oggetto di un tentato scambio di Cosa nostra con lo Stato: il Caravaggio perduto in cambio dell’alleggerimento del 41 bis, il regime di carcere duro per i detenuti mafiosi. Altri, invece, avevano sostenuto che era stato seppellito insieme ai tesori accumulati dal boss Gerlando Alberti, e quindi dimenticato in qualche oscuro forziere nascosto chissà dove. Ma c’è anche chi lo dava per distrutto: conservato maldestramente in una stalla in attesa di piazzarlo al mercato nero, divenne cibo per topi e maiali.  E invece no. Il Caravaggio perduto potrebbe esistere ancora. Secondo la Bindi, infatti, potrebbe fare bella mostra in qualche collezione privata, talmente esclusiva che sarebbero veramente in pochissimi quelli ammessi ad ammirarla. Oppure potrebbe essere conservato in una cassetta di sicurezza, una cassaforte nel caveau di una banca estera per celare il più esclusivo dei dipinti.

“Pertanto, a livello internazionale occorrerà una forte cooperazione giudiziaria e intergovernativa per seguirne le tracce e auspicabilmente arrivare un giorno a ritrovarla e restituirla alla città di Palermo, alla Nazione e al mondo della cultura”, aveva detto Bindi nella relazione finale sul lavoro svolto dall’Antimafia. Nel documento la commissione spiegava che sono stati individuati sia gli esecutori materiali sia coloro che hanno gestito le fasi successive della custodia e del trasporto dell’opera, e della successiva vendita. Dalle indagini è emerso che è stato senza dubbio un “furto di mafia”: convergenti dichiarazioni rese alla Commissione dai collaboratori di giustizia Gaetano Grado e Francesco Marino Mannoia hanno chiarito che il furto maturò nell’ambiente di piccoli criminali, ma che l’importanza del quadro, e il suo enorme valore, indussero i massimi vertici di Cosa nostra a interessarsi immediatamente della vicenda e a provvedere immediatamente a rivendicare l’opera. La Natività fu quindi consegnata, dopo alcuni rapidi passaggi di mano, prima a Stefano Bontade come capo del mandamento “competente” per il furto e poi a Gaetano Badalamenti, all’epoca a capo dell’intera organizzazione mafiosa.

Proprio davanti alla commissione, il pentito Marino Mannoia ha ritrattato quanto raccontato in passato cioè che l’opear venne distrutta. Dopo la rivendicazione dell’opera da parte di Badalamenti, il boss di Cosa nostra ne curò in tempi rapidi, già nel 1970, il trasferimento all’estero, verosimilmente in Svizzera. L’intermediazione nella vendita dell’opera sarebbe stata curata da un fiduciario venuto dallo stesso Paese elvetico, esperto antiquario, da tempo defunto. Quest’ultimo è stato identificato grazie al riconoscimento fotografico effettuato da parte di uno dei collaboratori di giustizia che lo aveva visto personalmente all’epoca dei fatti. Lo stesso collaboratore ha dichiarato che, in base a quanto appreso da Badalamenti, l’opera era stata trasferita in Svizzera a fronte di una grande somma di denaro, pagata in franchi svizzeri, e lì scomposta in sei o otto parti, per essere venduta sul mercato clandestino internazionale. Ed è da qui, dunque, che è partita la nuova inchiesta della procura del capoluogo siciliano.

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