Le sfide che aspettano il nuovo governo – cui porgo i più sinceri auguri di buon lavoro condotto nell’esclusivo interesse del Paese – non sono certo semplici e specialmente per quanto attiene ambiente e salute non sarà facile venirne a capo, visti i livelli di inquinamento di aria, acqua, suolo in tante aree d’Italia. Mi auguro che la filosofia che ispirerà l’operato dei ministri non sia quella di cercare soluzioni rabberciate e frettolose – spesso peggiori del male – ma di andare alla radice dei problemi, ricercarne le cause e rimuoverle il più possibile, operando quindi nell’ottica della prevenzione primaria, ben sapendo che ciò che può apparire un costo grazie al risanamento dell’ambiente è in realtà un grande risparmio in termini non solo di sofferenza ma anche economici.

La letteratura scientifica sull’argomento è sempre più nutrita e attendibile, specie per quanto attiene l’infanzia e, ad esempio, si stima che nella sola Europa per i deficit cognitivi secondari all’esposizione a pesticidi organofosforici i costi ammontino ogni anno a 194 miliardi di dollari, cui ne vanno aggiunti altri 60.6, 10.8 e 12.6 per danni cognitivi da esposizione rispettivamente a piombo, mercurio e ritardanti di fiamma. Per non parlare degli oltre 37 miliardi di dollari spesi ogni anno in Europa per patologie cardiovascolari dovute alla cattiva qualità dell’aria o delle nascite pretermine il cui costo negli Usa. per l’esposizione al solo Pm 2.5 ammonta a 4.33 miliardi di dollari ogni anno.

Tuttavia, qualcosa di semplice e con immediati benefici effetti già potrebbe essere fatto togliendo di mezzo alcuni vergognosi decreti approvati a governo già dimissionario. Il primo da cancellare sarebbe l’infame decreto Martina del 13 febbraio, che obbliga all’uso di neonicotinoidi nei territori pugliesi interessati dal disseccamento degli ulivi. Ricordo che alcuni di questi insetticidi di recente sono stati vietati dall’Ue in quanto responsabili della moria delle api ed è paradossale che l’Italia in Europa voti per la messa al bando di queste sostanze e all’interno del Paese obblighi al loro utilizzo anche le aziende biologiche suscitando fior di proteste.

Ancor più paradossale è però il fatto che tale decreto si fondi non su lavori scientifici pubblicati ma sugli atti del convegno Giornate fitopatologiche 2016 (p. 393-402) sponsorizzato dalle multinazionali dell’agrochimica e soprattutto non tenga in alcun conto le conclusioni degli autori che testualmente scrivono: “le nostre prove hanno evidenziato una limitata persistenza (non superiore a 7 giorni dall’applicazione) delle molecole saggiate. Tale aspetto richiede un approfondimento di indagine, rappresentando un forte limite per un adeguato controllo del P. spumarius”. Quindi si obbliga a un trattamento che gli stessi ricercatori che hanno condotto l’indagine riconoscono scarsamente efficace!

Un recentissimo documento stilato da studiosi del settore ribadisce che l’origine del disseccamento rapido degli ulivi non sia dovuto alla sola xylella, ma alla profonda alterazione della fertilità e qualità del suolo conseguente all’uso di decenni di agrochimici che hanno modificato l’intero ecosistema. Pensare di risolvere il problema utilizzando sostanze ben note per essere gravemente nocive per la biodiversità quali i neonicotinoidi, è quindi pura follia e al di fuori di ogni logica. Ricordo che l’imidacloprid è fra le sostanze più rilevate nelle acque superficiali e fra quelle maggiormente responsabili di non conformità come risulta dall’ultimo rapporto Ispra.

Parimenti auspico una profonda rivisitazione del decreto sul Testo unico forestale di cui tanto ho già parlato: mi limito a comunicare che sono disponibili gli atti del convegno fatto sull’argomento il 6 aprile a Rieti, si tratta di un documento importante in cui tutti gli aspetti relativi alle biomasse forestali (ambientali, ecologici, energetici, sanitari etc.) sono stati affrontati e in cui finalmente si fa chiarezza delle troppe bufale che circolano anche in merito alle fonti rinnovabili di energia, che pure tanto piacciono a certi “ambientalisti” che non si rendono conto che incentivando i processi di combustione, di fatto paghiamo di tasca nostra il peggioramento della qualità dell’aria, aumentando il rischio di ammalarci.