A Reggio Calabria oggi era il giorno del collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, sentito come testimone nel processo “Ndrangheta ‘stragista” che vede alla sbarra i boss Giuseppe Graviano e Rocco Filippone accusati di essere i mandanti dell’omicidio dei due carabinieri Antonino Fava e Vincenzo uccisi a Scilla il 18 gennaio 1994.

Un agguato che con il tentato omicidio di altri quattro carabinieri, secondo la Dda di Reggio, rientra nelle cosiddette “stragi continentali” messe in atto dalla ‘ndrangheta e da Cosa nostra. Durante la deposizione, il pentito Spatuzza ha ricostruito il suo rapporto con il boss di Brancaccio Giuseppe Graviano ricordando, in particolare, l’incontro avvenuto a Roma all’interno del bar Doney pochi giorni prima della tentata strage dell’Olimpico. Un racconto quello di Spatuzza, ex braccio destro dei fratelli Graviano e principale esecutore degli eccidi a suon di bombe che puntellarono ogni fase dei colloqui tra pezzi dello Stato e Cosa Nostra, squadernato a partire dal 2009 anche in altri processi come a Torino o a Palermo per la Trattativa Stato-mafia.

“Siamo entrati in questo bar – racconta il collaboratore di giustizia – e lì dentro ci siamo salutati. Eravamo io e Graviano. Gli ho illustrato la fase esecutiva dell’attentato. Mi disse che era felice, che avevano chiuso tutto”. A quel punto, parlando con Spatuzza, il boss di Brancaccio avrebbe fatto riferimento alle “persone serie che avevano gestito questa cosa”. “Mi cita Berlusconi – dice in aula il pentito – e mi ha detto che c’era nel mezzo un nostro compaesano, Dell’Utri. Avevamo chiuso tutto e avevamo ottenuto quello che noi cercavamo. Ci avevano messo addirittura il Paese nelle mani”. Quando durante il processo a Palermo sulla Trattativa al pentito venne chiesto perché non ne aveva parlato prima l collaboratore rispose: “Non parlai prima per timore”.