È iniziato stamattina, lunedì 30 ottobre, a Reggio Calabria il processo “‘Ndrangheta stragista” che vede alla sbarra il boss di Brancaccio Giuseppe Graviano è quello di Melicucco Rocco Santo Filippone. Entrambi sono accusati di associazione mafiosa e degli attentati ai carabinieri (un duplice omicidio e due duplici tentati omicidi) consumati in riva allo Stretto a cavallo tra il 1993 e il 1994. Attentati che, secondo la ricostruzione del procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo e del sostituto della Dna Francesco Curcio, rientrano tra le stragi continentali messe in atto da cosa nostra e ‘ Ndrangheta per costringere lo Stato a trattare con la mafia.  Alla prima udienza, la presidente della Corte d’Assise Ornella pastore ha ammesso  tra le parti civili i familiari dei carabinieri Antonino Fava e Vincenzo Garofalo uccisi nel gennaio del 1994.  Familiari che erano presenti in aula a pochi metri dalla gabbia in cui si trovava Rocco Filippone e al monitor attraverso cui Giuseppe Graviano era collegato in videoconferenza dal carcere di Terni dove è detenuto al 41 bis.  “Oggi sapere come sono andate le cose è molto importante”. ha affermato al termine dell’udienza Ivana Fava, figlia di uno dei due carabinieri uccisi sulla Salerno-Reggio Calabria all’altezza dello svincolo di Scilla.
” Vogliamo sapere la verità – aggiunge Patrizia Scano, vedova di Vincenzo Garofalo – Chi ha sbagliato deve pagare fino all’ultima ora. Senza sconti”.
“C’è un’Italia che chiede giustizia. – è  il commento di Antonio Ingroia oggi avvocato dei familiari delle vittime – Ci sono stati uomini dello Stato che trattavano con la mafia mentre altri, come i carabinieri Fava e Garofalo, tenevano alta la bandiera delle fedeltà e della lealtà rispetto alle istituzioni”.