E’ successo ancora una volta. E ancora una volta ad essere presa di mira è stata la libertà di stampa. Un colpo di pistola sparato in pieno petto ha messo fine alle inchieste del brillante giornalista 27enne Jan Kuciak, trovato morto ammazzato nella sua casa di Velka Malta, a 65 chilometri di Bratislava, in Slovacchia. A pagare per le inchieste scomode che Kuciak stava svolgendo, anche la sua fidanzata, uccisa con un colpo di pistola alla testa. E così si allunga la lista dei giornalisti uccisi nel mondo che, per Reporters sans frontières, negli ultimi 15 anni sono 1035.

Ma quello che di più colpisce noi, in Italia, è il legame fra questo ultimo attacco alla libertà di stampa e la ‘ndrangheta, come dimostrano gli arresti dei tre calabresi, l’imprenditore Antonino Vadalà, il fratello Bruno e il cugino Pietro Catroppa. Jan Kuciak era noto per le sue indagini su temi delicati, quali il nesso tra corruzione e frodi fiscali. Più volte Kuciak aveva scritto articoli che documentavano il coinvolgimento di alti funzionari del partito di governo in questo tipo di attività illegali. E poi l’inchiesta che riguardava la ‘ndrangheta, gli interessi all’Est, e i fondi europei. Qui l’indagine a cui stavano lavorando, qui la traduzione dal sito “Il Dispaccio”.

L’esecuzione in piena regola di Kuciak e della sua fidanzata, dimostra anche quanto sia larga la rete della criminalità organizzata e quanto siano estesi i rapporti di potere, molto oltre i confini locali. La mafia non esporta solo i soldi, dunque, ma anche il metodo mafioso, fatto di intimidazioni e minacce (che pure sono arrivate al giornalista), di vendetta e prevaricazione. Una dimostrazione esemplare che in Italia e nel resto del mondo chi crea problemi agli affari dei boss viene punito. In un libro di qualche anno fa, scritto da Francesco Forgione e dal titolo che sembra la lettura della situazione odierna, Mafia Export, si spiega proprio questo: la mafia nel mondo, quella mafia lontana che sembra non toccare la nostra vita quando sentiamo in tv di indagini all’estero o di arresti. E, invece, tutto il mondo dovrebbe preoccuparsi della presenza della criminalità, della ‘ndrangheta, che non esporta solo il nome e i soldi, ma anche il modus operandi. E quando deve, spara.

Il giro d’affari nel Nord Italia della ‘ndrangheta, infatti, e la presunta pace che si vive fuori dalle regioni del Sud non ci deve indurre a minimizzare il fenomeno e nemmeno a pensare che altrove non sia abbastanza pericoloso. Lo spiega bene il procuratore Nicola Gratteri: “Il dramma è che l’Europa non è attrezzata sul piano normativo a contrastare le mafie, in particolare la ‘ndrangheta. In Europa da decenni non c’è la percezione dell’esistenza della mafia, prova ne è che gli Stati europei non vogliono attrezzarsi sul piano normativo come l’Italia. Ancora stanno discutendo se inserire nel loro ordinamento l’associazione a delinquere di stampo mafioso. L’Europa dovrebbe omologare i codici penale e di procedura penale partendo dal sistema italiano, ma non quello detentivo che non funziona in Italia. Quando si parla di Procura europea la mia paura è che si vada all’omologazione al ribasso, perderemmo un secolo di antimafia. Griderò fino a perdere la voce contro un’omologazione al ribasso”.

Quest’ennesimo attacco alla libertà di stampa, soprattutto se è legato alle inchieste sulla ‘ndrangheta, coinvolge ciascuno di noi. E l’unico modo per dimostrare che la verità vince è continuare a pubblicare quell’inchiesta che qualcuno ha voluto provare a fermare. E poi un dato su cui riflettere. Negli anni molti giovani giornalisti indipendenti, e non legati a grandi gruppi editoriali, sono stati uccisi nel silenzio generale. Colleghi animati dall’entusiasmo e anche da un pizzico di incoscienza, normale fra i più giovani. Abbiamo sottovalutato troppe volte il loro impegno e le loro storie. E questo non deve accadere più.