Festival di Sanremo 2018

Sanremo 2018, Pierfrancesco Favino: mozzo trasformato in timoniere, è lui il vero eroe di questo Festival

Michelle è la gnocca di legno che dice mille volte “meraviglioso” credendosi brillante, la moscia battutista da privè con champagne millesimato, la starlette Mediaset imbeccata da quel Ricci che tanto odia Baglioni. Ma quando la inquadrano accanto a Favino il focus ottico è tutto su di lui, perché dalla sua maschera di gomma rugantina ti aspetti un guizzo

di Stefano Mannucci

Alla fine dei giochi, Claudione si è rivelato un dittatore illuminato: sì, ha costretto tutti i superospiti a piegarsi al suo reale repertorio, nelle Cinque Giornate di Sanremo che preludono alla Celebrazione del Cinquantennale, un festeggiamento per mezzo secolo di carriera destinato a oscurare gli studi sul Sessantotto e che ha preso il via con il concerto di Baglioni a puntate mascherato da Festival della Canzone Italiana.

Imponendo il culto della personalità, il Divo Claudione ha illuminato dall’Ariston tutto il mondo conosciuto, ma nei suoi trionfi (di ascolti, in primo luogo) ha lasciato in piena luce i due aiutanti di campo, Michelle e “Picchio”. Alla vigilia, si supponeva che la svizzerotta fosse il punto di sicurezza della squadra, la polena beneaugurante messa a prua di una nave salpata per le acque tumultuose del dopo-Conti, ma alla fine il vero eroe si è rivelato l’imbarcato per caso, l’attore tuttofare, il mozzo trasformato in timoniere, l’uomo-ovunque Favino. Che di storto ha solo la luna quando gli storpiano il cognome: ne sa qualcosa l’assessore di Sanremo che alla conferenza della vigilia lo ribattezzò Savino, guadagnandosi eterna inimicizia, e per poco anche il dittatore stesso non è stato mandato a fare in culo in diretta, e per lo stesso motivo.

D’altra parte, il buon Pierfrancesco ha qualche motivo di sentirsi narciso: ormai le donne italiane lo hanno eletto a sex symbol nazionale, un Mastroianni 2.0 che sperano di vedere in déshabillé prima della sigla finale, come dimostra l’hashtag #Favinonudo, in queste ore stabilmente trend-topic. Il fatto è che accanto a quella bambola Mattel a batterie della Hunziker, Favino si dimostra vivo e ironico, popolare e giocoso, sempre dalla parte del pubblico con la frittatina nella sporta, lontano dal royal box e dai vip costasmeraldini.

Non urlerebbe mai “Ciao poveri!” alla piccionaia, semmai salterebbe lassù a godersi lo show. Michelle è la gnocca di legno che dice mille volte “meraviglioso” credendosi brillante, la moscia battutista da privè con champagne millesimato, la starlette Mediaset imbeccata da quel Ricci che tanto odia Baglioni da esultare vedendogliela accanto. La Hunziker ormonalmente provata dalla prolungata assenza dal marito Tomaso, una moglie che sposa Trussardi ma che poi ciula con gli abiti di tutte le altre griffe.

D’accordo, per certi versi è una sicurezza: messa sul palco dell’Ariston, con un buon gobbo davanti ti porta a casa la presentazione senza troppe papere. Ma quando la inquadrano accanto a Favino il focus ottico è tutto su di lui, perché dalla sua maschera di gomma rugantina ti aspetti un guizzo, un’eloquenza anche a muscoli facciali bloccati, una battuta fuori testo. Le donne lo sognano, il maschio etero vi si identifica o lo invidia bonariamente. È il seduttore che fa finta di essere vittima del proprio fascino, il “tengo famiglia” che si dichiara immune a ogni tentazione, il  papà che si fa il mazzo ma porta il panino a metà serata a moglie e figlia sedute in prima fila.

Michelle te la immagini a far Pasqua a Miami, Favino con le uova sode e gli amici attori a Villa Borghese, tutti a sparare minchiate e a prendersi in giro, come se la Impacciatore o Edoardo Leo fossero compagni d’ufficio e non la meglio (ex) gioventù del nuovo cinema italiano. “Picchio” principe del Festival che surclassa la Raperonzola Michelle e che non si muove da servo sciocco del Divo Claudione: ha tenuto la rotta lui, Pier, ballicchiando, suonicchiando e presenticchiando, sempre come se fosse capitato lì per tappare un buco, lui che ha recitato con Brad Pitt o Tom Hanks e che parla un inglese non renziano quando gli capita davanti James Taylor o quando deve imitare Steve Jobs.

Lui che ha trovato la strada per Hollywood partendo da Candela, provincia di Roma, ma che non si nega al formidabile complotto anti-tv dei The Jackal, l’irresistibile webserie “Operazione Sanremo” da cui è partito il criptico messaggio “gnigni” che ormai ha contagiato tutti al Festival, pure il maestro Vessicchio. Insomma, Claudione si porta a casa un consenso oceanico sul suo Festival autoreferenziale, ma molto del merito se lo prende (oltre al bomber Fiorello) il mediano di spinta Picchio, quello che quando lo imbustano in una inguardabile giacca di lamè si autosputtana di fronte a dieci milioni di italiani dipingendosi come un “Favino al cartoccio”.

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