Adesso sono cavoli. Passate le ore della sbornia, per Viale Mazzini sarà un bel problema mettere in piedi il Festival 2019. E lo sa bene il direttore di Raiuno Angelo Teodoli, che ha “corteggiato” Claudione con un enorme mazzo di fiori alla conferenza stampa di commiato per strappargli la disponibilità a un bis. Una scorpacciata di ascolti da record, quella dell’edizione appena conclusa, con un 58,3 della finale che ha qualcosa di bulgaro. Baglioni per ora nicchia: “Non so rispondere, avevo detto no anche a questo Sanremo, ma poi me lo sono rimangiato”. In cuor suo il dittatore artistico sa bene che il prossimo anno sarebbe ben difficile dare senso a una sua nuova presenza al centro del palco: gli affari si fanno in questo 2018 con l’autocelebrazione del Cinquantennale che culminerà nel concerto del 15 settembre all’Arena di Verona, da trasmettere in diretta proprio su Raiuno, come viatico del tour che ne seguirà, fino a novembre inoltrato.

Accollarsi una nuova direzione della kermesse rivierasca significherebbe per lui complicarsi la vita in modo irrimediabile, tra centinaia di canzoni da ascoltare, code di possibili concorrenti, tasselli da mettere a posto nella strategia diplomatica dell’industria musicale. E poi, in queste Cinque Giornate appena trascorse, il Divo Claudione ha già bruciato tutto l’ego inducendo graziosamente i superospiti a magnificare il suo repertorio, con risultati alterni dal punto di vista strettamente artistico, ma anche qualche cosa molto riuscita, come i duetti da italica memoria collettiva con Nannini, Pausini e Negramaro.

In un Baglioni II dovrebbe replicare anche il proprio format, ma le canzoni belle (quelle di trenta o quarant’anni fa) se le è già sparate tutte. Inoltre dovrebbe sperare di pescare dal mazzo un nuovo Favino, una tritachilometri come la Hunziker, il jolly di Fiorello. Una missione impossibile, e Claudione l’ha capito. Chi glielo fa fare? Cosa potrebbe indurlo a rischiare un confronto con un primo regno così plebiscitario, e senza un fine autopromozionale ben individuato come stavolta? Forse solo il brivido della sfida, lo strisciante delirio di onnipotenza, il gusto di inventarsi qualcosa di post-baglionesco, ma fatto da lui, prima che altri lo spodestino o peggio, lo superino.

Anche la Rai sa che questo 68mo Festival segna un drammatico punto di non ritorno. Dopo aver sparato la fanfara degli ascolti, messi a punto i bilanci del periodo di garanzia, rassicurati gli inserzionisti che hanno pagato spot a peso d’oro, rinsaldato un patto d’acciaio con la municipalità sanremese, a Viale Mazzini non ignorano che questo trionfo è anche una sonora bocciatura per le professionalità interne. No, non certo la parte autorale, tecnica, registica o la magnifica orchestra: quelli che mancano sono i papabili conduttori fatti in casa. Stavolta la partita è stata stravinta con un cantante di consolidata fama, una soubrette Mediaset e un versatile attore.

Dopo il triennio contiano, pareva l’unica chance per non mandare al massacro i vari Amadeus o il risanato Frizzi. Avevano provato a buttare in mezzo Mika, ma la star libanese si era sfilata subito, perché Sanremo non è una barchetta a vela, ma una corazzata che se non sai timonare finisce sugli scogli davanti al porto. Così, il “che fare” è già il tarlo del giorno dopo, nei piani alti della tv pubblica. Non necessariamente nella testa di Teodoli, un fidato uomo di macchina che potrebbe essere chiamato a fare un passo indietro dopo il 4 marzo. Chi vincerà le elezioni deciderà anche i destini festivalieri, e vedremo se il rinnovato assalto di Bonolis al muro sanremese alla fine riuscirà, o se gli butteranno olio bollente sulla testa: perché Paolino sarebbe un direttore artistico ingombrante, a tratti antipatizzante, e un cavallo di ritorno non necessariamente vincente. Altri nomi? Cattelan potrebbe provarci, ma ha due fattori che gli giocano contro: è un volto Sky, e non ha ancora la caratura nazional-popolare che pretende il pubblico del Festival. Una cosa è giocare  (magnificamente) da post-adolescente dentro XFactor, un’altra dominare l’Ariston, dove in qualche angolo trovi muffa antica.

E allora? Allora non resta che copiaincollare il format baglionesco, cambiando dittatore. Per esempio buttando nella mischia la Pausini, che ha anche lei un repertorio cantabile da più generazioni, e poi fa di sicuro simpatia, con quel suo fare da ragazzona della porta accanto che sa anche uscire da teatro a metà canzone per buttarsi addosso alla folla. Oppure Ferro, che ogni tanto lancia segnali di avventurismo televisivo sapendo bene però che da solo non ce la farebbe mai.

Ma se li mettessero lì in coppia, Laura e Tiziano, forse la Rai avrebbe trovato la quadra, facendo pure contenti i potentati managerial-discografici che dopo ti portano i big per duettare con l’allegra compagnia. Alla Rai ci pensino: e se qualche altro supernome ha celebrazioni in vista nel 2019, le chiavi del Festival sono all’ingresso. Non serve bussare.