Aspettative zero, ma Sanremo 2018 porta a casa il risultato. Il “non presentatore” Claudio Baglioni ha compiuto l’azzardo. Inclinare il piano dell’attenzione e del tempo tutto sulla musica italiana. E così ha sbancato. Tanti (troppi?) nomi di cantanti italiani ben oltre i venti in gara. Un effetto di sovrabbondanza quasi da colica. Duetti e terzetti ovunque. Alcuni improbabili (Baglioni-Il Volo), altri indimenticabili (Baglioni- Gino Paoli), altri semplicemente stracult (Baglioni-Laura Pausini). Pressoché nulli i monologhi di cabarettisti e attori ospiti.

Comicità tutta concentrata nella trasformazione del trio Baglioni/Hunziker/Favino in cantanti, ballerini, cabarettisti all’occorrenza. Un effetto di sdoppiamento e spiazzamento a cui nessuno fino ad ora aveva mai pensato. Fazio inventò l’ospite bizzarro a presentare i brani in gara. Baudo e Mike sono sempre rimasti nel solco della tradizione a pendere dalla star internazionale in arrivo. Idem Conti/De Filippi. Al centro sempre il “bravo presentatore”. A lato co-conduttrici, vallette, soprammobili sorridenti e ben vestiti.

Nel governo Baglioni, invece, ha trionfato l’ “uno vale uno” di grillesca memoria. La prima sera Michelle Hunziker sembrava avere due valletti maschi. Poi a seguire, serata dopo serata, ognuno tra i due boys, Favino e Baglioni, si è preso la sua parte di palco. Senza prevaricazioni sull’altro, senza gerarchie medioevali. Sistema democratico e frizzante, egualitario e affascinante. Non un centro di gravità permanente che rimette tutto in ordine, ma un continuo mutamento di nocchiere. Solo per questo, per non avere reso Sanremo 2018 un rosario da snocciolare come un film già visto e sentito mille volte, bravi.

“Ho cercato di prendere il titolo, Festival della Canzone Italiana, e l’ho tradotto in fatti – ha spiegato nell’ultima conferenza stampa del Festival, il direttore artistico Claudio Baglioni. “Penso che il format sia ripetibile e mi auguro che la gran parte degli operatori del nostro settore, dai discografici agli editori musicali, passando per gli autori, si dia una struttura più importante, anche a livello culturale, con l’ambizione di far meglio. Non inseguire il pubblico nei gusti, ma precederlo: avere maggiore responsabilità nella proposta. Il Festival non deve essere solamente la destinazione finale, ma anche l’origine e la fonte di un movimento artistico”.

E chi sapeva già di avere un tale lungimirante studioso della realtà musicale italiana alzi la mano. Baglioni superstar anche in questo. Sanremo addirittura alla base dei mutamenti del settore musicale popolare e non il punto d’arrivo di ciò che è già accaduto. Urge riconferma per il 2019. Si parla dell’autore di Porta Portese insieme a Laura Pausini e Giorgia.

Ma cancellare del tutto l’esperienza Hunziker/Favino sarebbe un peccato. “Mi sembra che lo stato di salute della musica italiana di oggi sia buono, ma non buonissimo”, ha concluso Baglioni. “È un momento di transizione: gli artisti, compositori e gli interpreti sono delle antenne sensoriali. Captano quello che gli gira intorno e se quello che gli gira intorno non è chiaro, è difficile trasformarlo in qualcosa di chiaro. La televisione usa molto la musica, ma lo fa a scopi propri: la ingloba nei propri meccanismi. Non ci sono rubriche musicali, come ‘Adesso musica’ o ‘Discoring’. E i discografici dovrebbero essere più attenti e più appassionati. Le vendite non premiano, le rendite sono scemate rispetto al passato: pensate al valore che aveva una volta il disco d’oro e il valore che ha oggi. La morale di questo Festival? Bisogna ricominciare a sporcarsi le mani, anche a costo di rompersi il muso: bisogna prendersi delle responsabilità”.

Ultimo dettaglio i dati d’ascolto dell’ultima sera fanno spavento: 12 milioni e 125mila spettatori con 58,3% di share nel primo blocco della serata, poi dalle 23.51 all’1.30 quando vengono proclamati i vincitori si rimane sui 10 milioni e 400mila con uno share che arriva addirittura al 69%. Letteralmente chi era davanti alla tv sabato notte ha guardato “solo” Sanremo.