Laura non se n’è andata e ritorna sempre. Ultimo giro di Sanremo 2018 e il mito di Solarolo sale sul palco dell’Ariston. Acclamata come salvatrice della patria nella lunga litania di ospiti speciali nell’edizione Baglioni, Laura Pausini è un raro ma riuscito caso di rinascita da un bullismo musicale e culturale davvero particolare.

La sua laringite acuta nei giorni scorsi ha tenuto banco per ore. Nemmeno fosse stata Lady Gaga. Perfino la chiamata in eurovisione con il direttore del festival e il primo ospite Fiorello a saggiare la gravità sonora del malanno. Quando Sanremo si riduce, pardon, arriva ad attendere, la Pausini come la discesa di una Madonna canterina che farà piovere ascolti, significa che, come diceva Celentano, “passano le mode e i tempi/cambiano, cambiano canzoni e ritmi/nascono, nascono cantanti nuovi”.

Vent’anni fa si stava col cappello in mano per Vasco Rossi o Lucio Dalla. Oggi Laura Pausini (e Max Pezzali). Ma non andiamo troppo lontani dal cuore della questione. La 43enne cantante romagnola, chiamata la Divina, dovrebbe erigere un monumento a Pippo Baudo. L’ha inventata lui, la Lauretta. La solitudine nel 1993 vince la sezione Nuove Proposte e scala le classifiche del pianeta terra. Forse nessun cantante italiano ha avuto una carriera così immediata e bruciante. Nel 1994 ancora Sanremo (Strani amori) ed è terza tra i big.

Intanto i suoi dischi si tramutano in lp in lingua spagnola, e non solo. Nel 1998, solo quattro anni dopo la sua comparsata sul palco dell’Ariston, è già World Tour. Poi arriva la consacrazione del Pavarotti & Friends (in quegli anni quasi più blasonato del palco della riviera ligure) e infine la consacrazione ai Grammy nel 2006 per il miglior album pop latino (Escucha). Si parla di 70 milioni di copie vendute nel mondo. Mille più, mille meno. Roba che Toto Cutugno impallidirebbe.  Eppure chi nel ’93 era ragazzina o ragazzino ricorda una cosa soltanto: la prima strofa e il ritornello de La Solitudine erano materia per le più sensazionali prese in giro tra adolescenti. Melensa, patetica, devastante. Sembrava che quella melodia straziante diventasse una specie di sciagurata iattura da lanciare addosso a qualche sfortunata compagna di classe con gli occhioni a cuore. Invece, ti giri un attimo e Laura Pausini conquista il mondo.

In alcuni sobborghi argentini Yo canto ha soppiantato La Bamba. Ecco allora che il brutto anatroccolo romagnolo diventa una principessa di rosa vestita. Una ragazza acqua e sapone che proprio grazie alla sua provinciale semplicità conquista i cuori normali di qualunque ragazza o ragazzo della terra. Oggi Laura ha pubblicato 19 album, è diventata mamma, e appare sui social in pigiamino con un unicorno sul petto, come un’adolescente anni novanta, a far sentire che le proprie corde vocali raschiano il fondo del barile. Tutti in attesa di Laura, insomma. Sanremo pende dalla sua fragile ugola. Il visibilio, e il misterioso segreto del successo, è sempre in quei versi young adult che ancora fanno strabuzzare gli occhi: “Marco nel mio diario ho una fotografia/La stringo forte al cuore e sento che ci sei/Fra i compiti d’inglese e matematica”.