Lacrime, balli, canti, “gnigni” e #favinonudo. La vera sorpresa del Festival di Sanremo 2018 si chiama Pierfrancesco Favino. Tutto stretto in quei frac dell’oltretomba che nemmeno Nunzio Filogamo. La strada, stretta, del 48enne attore romano, nei primi minuti della 68esima edizione del Festival sembrava segnata. Michelle Hunziker che prende in mano l’avvio della gara, Baglioni che a suo modo sorprende per leggerezza e comicità (poi alla lunga ha anche stancato, sia chiaro), e Favino tutto compresso nelle giacche sfiancate praticamente in silenzio.

Già perché il “Libbano” è entrato tra i canapi del Palio Sanremo mentre il festival era già iniziato. E proprio come uno di quei (poveri) cavalli senesi spinto dalla rincorsa presa allo start scala tutte le posizioni ed arriva primo. Primo nella funzionalità da performer che potrebbe serenamente presentare la Notte degli Oscar e quella dei Grammy senza far percepire la differenza. Primo nel dialogare oltre il vetro di telecamera e tv, giocando contemporaneamente con i tormentoni lanciati sui social e con i toni di una screwball comedy di fianco alla Hunziker. Primo nel mostrare come un monologo (già recitato a teatro) di nemmeno quattro minuti possa diventare una scossa intensa di emozioni evocando, volenti o nolenti, il nucleo pulsante di una complessa e dolorosa quotidianità. Inutile girarci attorno: Favino ha vinto la gara dell’attore che va oltre lo sguardo da primo piano richiesto dallo script. Non era facile. Non era nemmeno la scalata del K2. Ma in tanti su quel palco hanno fallito. Soprattutto fulminati dal senso, un po’ altezzoso a dire il vero, del “che ci faccio io qui”. Solo che, come spiegò Stefano Accorsi al fattoquotidiano.it, “il mestiere dell’attore è cambiato”.

Sanremo allora è un “perché no?”. Il festival della canzone italiana può essere parte di una progettualità più ampia dell’essere star. Cinema, tv, web, persino la musica. Se lavorasse un po’ sullo stile una bella compilation di cover della canzone italiana Favino potrebbe pure registrarla. Esiste quella brutta parola che è “multitasking”. Oppure un po’ più da Crusca: duttilità. Anche se chi bazzica le sale cinematografiche sa che quel bell’omaccione che sembra nato per muoversi disinvolto sul palco dell’Ariston aveva dato già prova di notevoli doti recitative ne L’ultimo bacio di Muccino (2001) o in El Alamein di Enzo Monteleone (2001) quando Sanremo era ancora sotto stretta osservanza della scuola dei presentatori classici (leggasi Raffaella Carrà).

Scuola teatrale Luca Ronconi come garanzia e almeno tre quattro titoli da vero protagonista: il Romanzo Criminale di Michele Placido (2006). Cosa voglio di più (2010) di Silvio Soldini, e ACAB di Stefano Sollima (2011). Duro e romantico, poliziottesco e drammatico, la vena comica in Figli delle stelle, un noir sottovalutato come Senza nessuna pietà di Michele Alhaique (2014) da assoluto protagonista, con questi presupposti Favino ha scalato gradualmente diverse produzioni hollywoodiane: Miracolo a Sant’Anna, Rush, e l’ancora inedita spy story The catcher was a spy. Un’ultima considerazione prettamente estetica. Nella notte dei tweet #Favinonudo, sul palco dell’Ariston la bellezza all’italiana si trasforma nel rude, robusto, uomo barbuto. Il modello glabro Publitalia alla Berlusconi sembra tramontato. Pare una sciocchezza, ma anche da questi piccoli particolari Sanremo ritrae le trasformazioni culturali del paese che cambia. In meglio o in peggio non si sa. Anzi: “gnigni”.