DETROIT di Kathryn Bigelow, con John Boyega, Will Poulter, Anthony Mackie. USA 2017 Durata: 142’ Voto: 3,5/5 (AMP)

Dimenticare Diaz, nonostante le ontologiche similitudini. E’ questo, forse, il primo passo per tentare un approccio equilibrato a Detroit, oggetto profondamente “American” almeno quanto la sua autrice. Lontanissimo dai glamour festivalieri (e quasi certamente dai prossimi Academy Award) la prima Lady “regista” Oscar della storia, Detroit ha avuto la sua premiere nazionale proprio nella città di cui porta il titolo, e proprio in quella fatidica data – il 23 luglio – celebrativa del cinquantesimo anniversario dall’ancora insoluta violenza notturna che si abbatté su un gruppo di giovani neri inermi da parte di alcuni agenti di polizia bianchi e razzisti.  Fu uno dei più infami e infamanti momenti della storia razzista americana del XX secolo e fa inorridire il fatto che i colpevoli siano ancora a piede libero. Bigelow si è fatta carico non solo di una ricerca approfondita dei (mis)fatti che furono ed effetti che conseguirono, ma anche di rimetterli al posto giusto, ovvero nel contesto spazio/temporale d’appartenenza, restituendo loro uno Zeitgeist preciso quanto scomodo. Nel 1967 Detroit esplodeva di fabbriche e di riot, le tensioni razziali (reciproche) erano di quotidiana evidenza, ma allo stesso tempo nella capitale del Michigan trovava forma e successo la prima etichetta musicale totalmente black – la mitica Motown –  e la comunità African-american godeva di un rispetto artistico e commerciale inedito altrove negli States. Tutto questo entra mirabilmente nell’opera di Bigelow, attenta a non concentrare il proprio sguardo unicamente alla claustrofobia dell’efferata notte di violenza, per quanto ad essa venga dedicata una lunga porzione del pur lunghissimo film. La regista in tal senso dà ragione al senso del titolo: è Detroit, nella sua complessità di contraddizioni, la protagonista assoluta del suo vedere e non esclusivamente la denuncia di una mancata giustizia. Se per certi aspetti la descrizione dei fatti risente di un’incitazione militante e di definitiva condanna, per altri – e in tal senso Detroit non è Diaz – il film va ben oltre, superando le barriere dell’hic et nunc verso un’esplorazione anche poetica di vite totalmente o parzialmente spezzate. Indubbiamente Detroit utilizza lo sguardo immersivo per una denuncia senza mezzi termini, ma ad esso alterna appunto il distacco e la “leggerezza” della musica dei Dramatics.

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