GRAMIGNA di Sebastiano Rizzo. Con Gianluca Di Gennaro, Teresa Saponangelo, Biagio Izzo. Italia 2016. Durata 93’. Voto 3/5 (DT)

Napoli. Il bambino Luigi cresce fino a diventare adulto sempre all’ombra delle figura paterna, un boss della criminalità organizzata che deve scontare l’ergastolo, e che incontrerà nel tempo soltanto dietro le sbarre. Impotente e indeciso di fronte alla scelta tra bene e male, tra parentado paterno delinquente e mamma e insegnante di ginnastica che invece lo vogliono salvare, il ragazzo espierà colpa e stigmate mai volute della malavita con una carcerazione paradossalmente liberatoria. Illuminante l’idea di sbattere addosso al protagonista il fastidio e il dolore degli effetti mortali delle gesta malavitose, intervallandoli con qualche emulazione criminale, in modo da far percepire questa continua oscillazione etica che infine si risolve in una tenace voglia di riscatto sociale e culturale. Ma se c’è un aspetto che emerge dalla visione di Gramigna, oltre all’impellenza contenutistica e civile dell’intera operazione, è una regia completa e matura, pulita e rigorosa, con una macchina da presa capace di rimanere vicino ai corpi senza sbandare e allo stesso tempo di volare lontana con campi lunghi in esterni. Sapiente e precisa la scelta tra differenti angolazioni e distanze dell’inquadratura per costruire visivamente raccordi credibili e proporzioni spettacolari del racconto. L’armonia nel montaggio, e la solennità di ralenti che non paiono mai enfatici o di facile soluzione, chiudono il cerchio. Una piccola sorpresa, nascosta e per nulla pubblicizzata anche dagli intellettuali engagé che parlano quotidianamente di camorra e di Gomorra.

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