Qualcuno ha detto che non è mai morta. Cioè, è talmente presente nella memoria di noi posteri, che l’utilizzo del suo modello è pura normalità e, per ora, non conosce limiti temporali. Il prossimo 1° giugno Marilyn Monroe avrebbe compiuto 100 anni e, da impareggiabile vip, nonostante non sia più tra noi da ben 64 anni, la sua stella brilla di una luminosità costante, quasi accecante. Norma Jeane Mortenson all’anagrafe, nacque a Los Angeles nel 1926, fu attrice (in una trentina di film e almeno 10 documentari tutti postumi), modella, cantante, produttrice cinematografica, ebbe tre mariti, le è stata attribuita almeno una mezza dozzina di altri amori e a soli 19 anni (nel 1955) aveva già fatto impazzire di desiderio tutta l’America grazie a quella gonna bianca plissettata che si alzava per un birichino soffio d’aria della metropolitana, nel film “Quando la moglie è in vacanza”. Una scena che rese immortale Marilyn già sette anni prima dell’uscita dall’acqua in bikini di Ursula Andress mentre canta “Under the mango tree” nel film “Agente 007 – Licenza di uccidere”.
La forza dell’immagine di Marilyn nel suo insieme ha attraversato indenne mode, modi e decenni, riuscendo “utile” a centinaia – forse migliaia – di emulatrici o persone che semplicemente la citano: basta pensare a Madonna, a Lady Gaga e a Kim Kardashian. Marilyn ha influenzato gran parte delle arti – dagli artisti che l’hanno ritratta da viva (ma molti di più son quelli che ne hanno sfruttato l’immagine dopo la sua scomparsa) alla letteratura, dalla musica al cinema stesso che, guardandosi dentro, l’ha resa ancora più superstar.
E il trend continua imperterrito: semmai il rischio è di replicare all’infinito il già noto, il già visto, che però non conosce fasi di stanca. Nel senso che Marilyn Monroe oggi non può esser trattata come un sacro frammento o una stele assira, ma è qualcosa di più, perché è un’idea, un modello mentale prima che fisico, che attraversa i decenni come un TGV francese senza fare soste e senza perdere neanche un elemento della propria identità. Insomma, un prototipo cui tutti i “replicanti” guardano – e al quale nessuno aggiunge o toglie qualcosa – e si adeguano, un canone della cultura pop, un’immagine scolpita nella memoria delle generazioni nonostante i pochi anni di vita e la natura sfuggente del personaggio: se ne accorse perfino Oriana Fallaci che riuscì a intervistare gran parte dei potenti della Terra, ma non lei.
È a questo punto che sorge una serie di domande: per esempio perché il suo personaggio, ormai un’icona pop, sia così cross over sui decenni, le generazioni, le mode e i modi? Non sarà che la responsabilità è più “nostra” (dei posteri) piuttosto che di lei? Cioè: l’immagine di Marilyn Monroe risponde più a una sua vera essenza o a un nostro bisogno di modelli cui ispirarci? E poi, come fa a resistere così a lungo un modello di tale particolarità? Ma effettivamente, la superstar di Hollywood è ancora oggi un modello? Oppure, come ha scritto qualcuno, per noi è diventata un’ossessione? Tutte queste domande le abbiamo girate a Chiara Pasqualetti Johnson, autrice del libro “Marilyn. Dea. Diva. Donna” pubblicato da White Star lo scorso autunno per anticipare il secolare anniversario.
«Mentre studiavo per scrivere questa nuova biografia – afferma l’Autrice -, mi sono fatta le stesse domande, poiché oggi Marilyn sembrerebbe essere davvero inattuale: troppo bionda, troppo costruita, troppo hollywoodiana, troppo legata a un’idea di femminilità ormai superata. Invece accade esattamente il contrario. Alla fine mi sono convinta che Marilyn sia un ‘modello’. Perché i modelli invecchiano. Marilyn no. Più che un modello, o un’ossessione, direi piuttosto che Marilyn oggi funziona come funziona un un’opera d’arte: continuiamo a guardarla perché in fondo riesce a restituirci sempre qualcosa di noi».
Quindi emerge la consapevolezza che alla fine il problema è legato alla nostra percezione dell’artista, cioè anche di chi l’ha vista in tv o cromaticamente replicata nei ritratti di Andy Warhol..
«Il punto è che Marilyn non è mai stata soltanto una diva del cinema – aggiunge Pasqualetti Johnson -. Negli anni Cinquanta è il sogno erotico americano. Negli anni Sessanta diventa la vittima sacrificale della fama. Poi arriva Warhol e la trasforma in icona pop. Oggi invece la leggiamo quasi al contrario: vediamo la fragilità, la solitudine. Perché in fondo Marilyn è stata la prima celebrità moderna consumata in tempo reale dal proprio personaggio. Prima di lei le star erano lontane, intoccabili. Lei invece ha mostrato qualcosa di scandalosamente contemporaneo: che la fama può essere una forma di solitudine».
Quindi alla fine abbiamo restituito umanità a una stella che pareva un diamante che non si può scalfire. Ma un personaggio come Marilyn come può avere successo presso li millennials e i figli della Generazione Z?
«Lei può, parla anche ai ventenni di oggi. Che in lei non vedono soltanto una diva vintage, bensì qualcuno che è stato trasformato in contenuto globale fin quasi a sparire dentro la propria immagine. Marilyn è stata Instagram prima di Instagram, la spettacolarizzazione della fragilità prima dei social. Riletta in questo senso, la sua immagine non è un relitto del passato, ma il prototipo del presente. E forse il vero motivo per cui non riusciamo a smettere di guardarla è che in lei vediamo qualcosa che ci riguarda molto più di quanto vorremmo ammettere: il desiderio disperato di essere amati da tutti senza riuscire mai a sentirci visti davvero».
Concludiamo con la segnalazione di due mostre che celebreranno l’anniversario di Marilyn Monroe: dal 4 giugno al 6 settembre 2026 alla National Portrait Gallery si potrà vedere “Marilyn Monroe: A Portrait”, esposizione dedicata principalmente alla sua vita e al suo volto, ma considerati come due biografie diverse. A Los Angeles invece, l’Academy Museum dal 31 maggio 2026 al 28 febbraio 2027 ospita “Marilyn Monroe: Hollywood Icon”, ovvero centinaia di oggetti e materiali d’archivio a portata di sguardo, per poter ammirare la materia prima con cui si costruiscono i miti. Soprattutto quelli che profumano d’eternità.