Ventimila container al giorno. Sulle banchine del porto di Anversa colossali gru lavorano senza sosta, impilandoli in alte torri. Nelle decine di chilometri di canali che compongono il secondo porto d’Europa le navi si fermano per poche ore e solo una minuscola parte dei loro carichi viene ispezionata. I costi di attracco sono alti e, per fare profitti, la velocità è tutto. E’ così che, nell’autunno 2015, un particolare container passa inosservato. Arriva direttamente dalla Costa d’Avorio e porta un carico prezioso: decine di chili di cocaina purissima diretta ai clan della ‘ndrangheta calabrese. I carichi che non vengono scoperti spariscono tra i magazzini e da lì trasportati lontano su gomma, senza venire più rintracciati. Ma questa volta una parte della spedizione fantasma è stata tracciata alcune settimane dopo, a migliaia di chilometri.

E’ ottobre nelle campagne di Siderno (Reggio Calabria). Gli agenti della Squadra Mobile sono al lavoro, nascosti tra i campi tengono d’occhio un “dead drop”, uno scambio nascosto. Un uomo spunta da una baracca spingendo una carriola di calcinacci. Estrae una busta bianca e la nasconde in un deposito di copertoni. Poco dopo, un altro uomo arriva in jeep e la recupera (foto sotto, fonte Polizia di Stato). La polizia lo guarda allontanarsi, ma poi lo ferma con la scusa di un normale controllo e, nella busta, trova 900 grammi di cocaina. A nasconderla era stato Claudio Spataro, luogotenente di Giuseppe Commisso, alias U’Mastru, boss dell’omonimo clan di ‘ndrangheta. Spataro è sotto controllo da tempo. Gli uomini del Servizio Centrale Operativo, coordinati da Andrea Grassi, hanno piazzato cimici nella lavanderia di U’Mastru e sanno che quel chilo viene da lontano. Era una piccola frazione di un carico partito da Abidjan, in Costa d’Avorio, arrivato in Belgio e poi da lì diviso in più parti: una delle quali giunta fino a Siderno.

E’ proprio dal triangolo fra Anversa, Rotterdam e Duisburg che entra oggi il grosso della cocaina consumata in Europa. La ‘ndrangheta ha da tempo capito l’importanza logistica di questa “porta” e uno dei cartelli che meglio ha imparato a sfruttarla è proprio quello dei Commisso di Siderno, che assieme a Crupi e Figliomeni e con gli Aquino-Coluccio di Marina di Gioiosa Jonica costituiscono il cosiddetto Siderno Group of Crime. Piccole città diventate capitali globali del crimine, dove si prendono decisioni che impattano tanto le comunità di contadini dell’America Latina quanto gli instabili paesi dell’Africa occidentale. Non importa se in uno scantinato o in mezzo ad un campo: è qui che alcuni degli uomini più potenti d’Italia decidono il fato del narcotraffico internazionale facendo della piccola Siderno una Beverly Hills del crimine.

TERREMOTO A SIDERNO

Le rigide regole dei clan, dove il valore principale resta la fedeltà alla famiglia, hanno reso la ‘ndrangheta impervia alle infiltrazioni, solida e in grado di riorganizzarsi dopo ogni operazione di polizia. Ma le leggi che regolano la famiglia e la tradizione ‘ndranghetista non prevedono molti diritti per le donne e i matrimoni sono solitamente organizzati per garantire una sorta di successione dinastica tra le famiglie mafiose. Le donne che si sottraggono a queste logiche sono destinate a destare scandalo e, a volte, a dover scappare. Nel 2008 è proprio il Siderno Group of Crime ad essere scosso da uno di questi scandali, quando un Crupi si innamora di una Figliomeni. Di per sé nulla di strano, i matrimoni tra famiglie del cartello sono comuni. Ma Giuseppe Crupi è un uomo sposato, e per giunta con la sorella di Giuseppe Commisso, capo dell’intero cartello. Certe trasgressioni per la ‘ndrangheta sono inammissibili. U’Mastru, furioso, non la vede solo come una questione personale. Ai suoi occhi il principale colpevole è il padre della giovane Jole Figliomeni, Alessandro, reo di non aver tenuto a bada la figlia e di avere così ridotto l’autorità di U’Mastru di fronte alla società mafiosa.

I rapporti tra Figliomeni e Commisso si incrinano irreparabilmente. Ma in ballo ci sono troppi interessi perché il cartello possa implodere. Alessandro Figliomeni, all’epoca sindaco di Siderno, riveste un ruolo cruciale per il controllo della politica locale. La famiglia Crupi, invece, è la punta di diamante per il narcotraffico del cartello: tonnellate di cocaina purissima dalla Colombia all’Olanda grazie alla copertura del business della floricoltura. Insomma, non si poteva dare il là ad una faida, anche perché, come ha spiegato a Irpi il pm della Dda di Reggio Calabria Antonio De Bernardo, “sarebbe stata una lotta intestina, perché le famiglie del cartello sono legate tra di loro da una serie di matrimoni.”

A gettare altra acqua sul fuoco contribuisce poi l’arresto, a dicembre 2010, di Alessandro Figliomeni. Il sindaco stava raggiungendo la figlia Jole in Australia, forse con la speranza di lasciarsi alla spalle gli screzi con U’Mastru. Ma l’operazione “Recupero-Bene Comune” lo spedisce in carcere per mafia e spinge la figlia a tornare a Siderno solo per fare i bagagli di nuovo, e questa volta in modo molto più definitivo: destinazione Abidjan, capitale commerciale della Costa d’Avorio.

NESSUN LUOGO E’ LONTANO

Ma nessun luogo è abbastanza lontano. A febbraio 2014 Jole Figliomeni riceve una visita. A bussarle alla porta è Claudio Spataro, luogotenente di U’Mastru. Secondo un’informativa dello Sco trasmessa alla Dda di Reggio Calabria, sarebbe stato mandato dal cartello a organizzare la logistica di un traffico di cocaina dall’America Latina all’Europa, con tappa proprio il porto di Abidjan (nella foto sotto). “Si muore di caldo, si schiatta, – mancu i cani”, racconta Spataro a un uomo di U’Mastru che da Siderno chiede notizie. “Come sta la ragazza? ti sta portando in giro?” gli chiede il sidernese. “Sì sì, sta lavorando duro” risponde Spataro. “Se non fosse per lei sarei rovinato, qui non capisco la lingua, non so nulla”.

Ufficialmente Spataro è in Africa per avviare un commercio di pneumatici usati. Ma qualcosa non torna. Spataro risponde delle sue mosse a un luogotenente del clan Commisso, con conversazioni quotidiane. I discorsi al telefono sono criptici, la missione fumosa. E le famiglie del cartello di Siderno sembrano essere tutte coinvolte: quando acquista il biglietto aereo, infatti, Spataro, lascia come contatto il numero del fratello di Jole Figliomeni.

L’AFRICA OCCIDENTALE TERRA DI ‘NDRANGHETA

Il narcotraffico richiede che decine di rotte siano aperte contemporaneamente, affinché un eventuale sequestro non fermi il flusso di droga nel mercato europeo. Negli ultimi dieci anni l’Africa occidentale è diventata una tappa sempre più importante di queste rotte. Le navi provenienti dall’Africa fanno scattare meno campanelli d’allarme di quelle che vengono dal Sud America e i porti africani hanno pochi controlli doganali, gli agenti sono quasi sempre sottopagati, e di conseguenza il prezzo della corruzione è più basso.

Paesi così poveri non mettono certo in piedi severe legislazioni anti-riciclaggio, e le mafie spesso scelgono di investire i loro profitti per aprire aziende di import-export in questi luoghi, che servono sia da lavatrice di denaro che da vettore dei carichi in transito verso l’Europa. La Guinea-Bissau e il Ghana sono stati i primi a finire nel mirino delle mafie, ma la Costa d’Avorio sta diventando una cruciale base logistica per i narcos. Questa situazione ha un profondo impatto sulle popolazioni locali. Il consumo di cocaina, prima praticamente nullo, è aumentato vertiginosamente, assieme ai livelli di corruzione negli apparati pubblici. E in alcuni casi gruppi paramilitari e ribelli hanno stretto la mano ai trafficanti, offrendo appoggio logistico in cambio di risorse da investire nelle guerre locali.

DA ABIDJAN ALLE FIANDRE

Spataro al telefono spiega che “la ragazza” ha preso tre giorni liberi dal lavoro per aiutarlo. Poi parla di “pericoli lontani” e “costo di un container” e gli investigatori non hanno dubbi: si riferisce al traffico di droga. E del resto proprio nelle sue mani è stata trovata una parte del carico di coca che da Abidjan aveva preso la rotta del Belgio. Quanto Jole Figliomeni fosse a conoscenza della vera natura della missione di Spataro è incerto. Ma, e questo lo dicono le intercettazioni, cerca di aiutarlo anche dopo la sua partenza. In una chiamata avvenuta una settimana dopo il ritorno di Spataro in patria, i due intrattengono una lunga conversazione rispetto a costi e autorizzazioni di un macchinario per la pulitura della sabbia.

Che lavoro svolgesse Jole Figliomeni all’epoca della visita di Spataro, e da cui si era assentata, non è noto, ma probabilmente lavorava già per un’importante azienda di IT e cyber-security di Abidjan. Un’azienda che si occupa di bussiness intelligence e infrastrutture delle telecomunicazioni e che annovera tra i clienti anche la multinazionale della telefonia Orange. Jole Figliomeni, contattata da Irpi, si era detta disponibile a rilasciare un’intervista e “contribuire alla lotta della criminalità organizzata”, salvo poi non rispondere più alle ripetute richieste di intervista, evitando di chiarire che tipo di aiuto avesse realmente fornito a Claudio Spataro. Solo dopo che Irpi ha contattato i suoi datori di lavoro, Jole Figliomeni ha scritto che le domande dei giornalisti avevano “distrutto tutto il lavoro fatto negli ultimi quattro anni, con grandi rinunce e sacrifici” e individua nelle vicende giudiziarie che hanno toccato la sua famiglia la molla che l’ha “costretta a trovare lavoro in Africa, nel terzo mondo, al fine di poter essere valutata sulla scorta delle mie competenze senza pregiudizi derivanti dalle vicende personali di mio Padre”.

Non è stato possibile chiedere chiarimenti neppure a Claudio Spataro, che è in carcere da gennaio 2016 con l’accusa di essere un narcos al servizio di U’Mastru. Per il pm Antonio De Bernardo che ha chiesto 18 anni, tanto i suoi viaggi in Africa, quanto quelli verso il Brasile, sarebbero stati fatti per organizzare spedizioni di cocaina.

Quel che è certo è che l’operazione Apegreen, che prende il nome dalla lavanderia che i Commisso gestiscono a Siderno, ha inferto un colpo pesante alle attività del potente clan sidernese. “Ascoltandoli per oltre due anni abbiamo potuto confermare che U’Mastru (nella foto sotto) era a capo di un potentissimo cartello di narcotrafficanti della Locride”, spiega De Bernardo. “È una sorta di signore feudale dalle cui mani doveva passare l’interezza dei traffici illeciti del clan, compreso naturalmente quello della droga”.

Un traffico che non aveva confini. Mentre l’operazione Apegreen Drug dimostra l’intento di importare cocaina dal Venezuela, la successiva informativa dello Sco mette nero su bianco un piano ancora più ampio: usare territori come il Brasile, la Costa d’Avorio, il Belgio, i Paesi Bassi, Stati dove il reato di associazione mafiosa non è riconosciuto, dove per la polizia italiana diventa difficile, se non impossibile, chiedere collaborazione giudiziaria, intercettare, pedinare, seguire carichi e trafficanti (come racconta lo speciale di ilfattoquotidiano.it “Mafie unite d’Europa”). Eppure sono paesi in cui, lo si intuisce dai discorsi degli uomini di U’Mastru intercettati, i clan sono forti, fortissimi, grazie anche e soprattutto ai legami di sangue. Ed emerge chiaramente il ruolo del Belgio, con il mastodontico porto di Anversa e con la regione delle Fiandre, tassello chiave del puzzle. È lì che, nella cittadina di As, abita un siciliano chiave per il traffico. È in contatto con un misterioso “pesce grosso” olandese titolare di un’azienda “ponte” per un “oggetto standard” dal peso di “250 unità”. E l’ordine arriva preciso da Siderno all’uomo nelle Fiandre: “Fai andare in porto la cosa”.

di Cecilia Anesi e Giulio Rubino

* Questo articolo è stato prodotto dal centro di giornalismo d’inchiesta IRPI in collaborazione con i centri di giornalismo d’inchiesta Correctiv e Occrp e al sostegno del Flanders Connecting Continents Grant