Ieri, nove ottobre, era l’anniversario della catastrofe del Vajont. Sono passati 54 anni. Quest’anno i media hanno dato poco spazio al ricordo, a differenza di quanto fecero negli scorsi anni. Nel 2017 altre alluvioni, altri terremoti, altri eventi naturali (e innaturali) di grande impatto hanno già saturato i lettori. Ma non bisogna dimenticare. Assieme alle alluvioni di Firenze (1966) e di Genova (1970) quell’evento mi colpì profondamente, anche se ero poco più che un bambino; un’emozione che mi accompagna tuttora. E credo che non vada persa la memoria di una catastrofe così ben annunciata come quella: non sono molti i casi in cui l’uomo sia così a fondo responsabile per un disastro idraulico di tali dimensioni, più di duemila vittime dirette.

Il Vajont fu uno dei maggiori disastri per le dighe dell’età moderna, terzo o quarto nel mondo per numero di vittime. Dopo la catastrofe cinese di Banqiao del 1975, che fece quasi 200mila vittime tra dirette e indirette, l’impatto del Vajont è paragonabile a quello dei crolli di South Fork a Johnstown negli Usa (1889) e di Sempor (1967) a Giava. E la tragedia del Vajont fu messa al primo posto tra i cinque peggiori esempi di gestione del territorio e dell’ambiente dall’Unesco in occasione dell’International Year of Planet Earth del 2008: “Il Vajont è un classico esempio del fallimento di ingegneri e geologi nel comprendere il problema che tentavano di risolvere”.

Hendron e Patton, gli studiosi del U.S. Army Corps of Engineers che studiarono a lungo il disastro, hanno scritto: “La frana del Vajont ha contribuito a gettare le basi della moderna geo-ingegneria, introducendo una nuova visione per valutare la pericolosità da frana e l’applicazione della meccanica delle rocce alla stabilità dei versanti”. La tragedia del Vajont ha insegnato parecchie cose agli ingegneri, ma alcune cose importanti sono state un po’ trascurate.

Molti non hanno tuttora capito che l’opera dell’uomo non è il singolo manufatto, cioè la diga, ma l’intero sistema, costituito dal bacino idrografico di monte, il lago, la diga e i suoi scarichi, regolabili e automatici, il corso d’acqua e le zone riparie di valle. Vale la pena costruire una diga indistruttibile – la diga del Vajont è ancora lì con i suoi 262 metri di altezza, la più alta d’Italia – se il risultato sono duemila e più morti a valle? Si può chiamare il “successo” dell’ingegneria civile come fanno tuttora alcuni tecnici?

L’invaso e la regolazione artificiale delle acque danno origine a un sistema complesso che deve funzionare tutto assieme, dall’immissario del lago artificiale fino al mare. E funzionare bene, garantendo comunque una sufficiente resilienza del sistema, qualunque incidente possa avvenire a una delle sue componenti. I cambiamenti climatici daranno nuovi grattacapi alle dighe esistenti e richiederanno anche la costruzione di nuove dighe. Bisognerà essere preparati, ponendo un argine all’attuale dissoluzione del know-how in questa materia.

P.s.: di alluvioni, dissesto idrogeologico e altro parlerò nel fine settimana a Bergamo Scienza.

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