Alle 22 del 9 ottobre 1963, mentre si giocava la finale di Coppa dei Campioni e molti erano davanti alla tv, incantati dai campioni del Real Madrid più grande di sempre, il guardiano della diga del Vajont telefonava all’ingegnere Biadene: la montagna stava cedendo a vista d’occhio. L’ingegnere lo calmò ma con l’esortazione di stare in guardia: meglio dormire con un occhio solo. E confortò anche la centralinista di Longarone, che ascoltava la telefonata e si era timidamente intromessa, chiedendo se ci fosse pericolo: dormite bene.

Poco prima delle 23 quasi 300 milioni di metri cubi di roccia precipitarono nel lago artificiale, mentre i tecnici manovravano da giorni perché il pericolo era evidente ma nessuno aveva contemplato una qualche azione preventiva di protezione civile né avvertito la gente. L’onda causata dalla frana travolse ogni cosa nella valle del Piave, provocando più di 2mila vittime. Avrebbero dormito per sempre.

Quando un disastro colpisce il territorio, tutto diventa buio, sordo, impalpabile; il silenzio la fa da padrone. Fulvio Bronzi, un foto-reporter de Il Piccolo di Trieste accorso a Longarone subito dopo la tragedia, racconta: “Un silenzio terribile, una spianata immensa illuminata dal sole. E tanti cadaveri, tutti nudi, gonfi di acqua, riversi nel fango. Accanto a loro carcasse di mucche, cani e alberi strappati alla vita dall’immensa ondata, scesa dal lago del Vajont”.

In quella circostanza, con duemila morti ancora da seppellire, leggiamo con fastidio il titolo del Corriere della Sera del 11 ottobre 1963: L’onda della morte; e troviamo insopportabile una frase di Dino Buzzati, inviato speciale dello stesso giornale, pur nato in Cadore: “Un sasso è caduto in un bicchiere colmo d’acqua e l’acqua è traboccata sulla tovaglia”. Una difesa accorata quanto insensata dell’opera dell’uomo, santificata a pagina 4 dall’articolo di Silvar: Le forze della natura non hanno travolto la diga. E l’unico a cogliere la profondità della tragedia fu Alberto Cavallari a pagina 3: Dopo il disastro il silenzio. Dopo le bombe cala il silenzio: l’urlo del silenzio è il messaggio che, dopo 53 anni, la tragedia del Vajont consegna alla storia.

Sulla sciagura del Vajont sono stati spesi fiumi d’inchiostro dal gotha del giornalismo italiano e non sempre bene. All’indomani del disastro, Giorgio Bocca aveva scritto su Il Giorno che “si potrebbe dire che questa è una sciagura ‘pulita’, gli uomini non ci hanno messo le mani, tutto è stato fatto dalla natura, che non è buona e non è cattiva ma indifferente… Non c’era niente da fare, non ci sono rimorsi, non ci sono colpevoli”.

Tutto il contrario dell’evidenza, consolidata solo più tardi grazie a eroi come Floriano Calvino, fratello di Italo e ingegnere geologo, giovanissimo partigiano della Brigata “Garibaldi Cascione” e docente universitario a Padova e Genova. Era l’evidenza di uno Stato colpevole d’inefficienza e omissioni. Calvino fu l’unico esponente del mondo accademico che, al tempo delle indagini della magistratura, accettò di produrre una consulenza tecnica agli inquirenti senza ombra di pregiudizi, rendendo giustizia agli alluvionati e ai parenti delle duemila e più vittime.

Quello del Vajont è stata una dei maggiori disastri idraulici a livello mondiale, terzo o quarto per numero di vittime in questa incerta e macabra classifica. Dopo la catastrofe cinese di Banqiao, il Vajont è paragonabile ai crolli di Johnstown negli Usa e di Sempor a Giava. La Relazione Conclusiva della Commissione De Marchi per la Difesa del Suolo, licenziata nel 1970, afferma che “la documentazione sugli eventi negativi deve essere perfettamente conosciuta da chi intende operare sul territorio e in primo luogo, oltre che dai funzionari delle pubbliche amministrazioni, dai professionisti laureati e diplomati, dai docenti e dagli allievi delle scuole corrispondenti a tali professioni. Soprattutto nelle scuole d’ingegneria non dovrebbero essere tollerati il silenzio o le spiegazioni monche, distorte o evasive, sulle difficoltà e sugli insuccessi delle opere d’ingegneria”.

PS (9/10): ringrazio tutti quelli che hanno letto e ricordato, anche con spirito critico e qualche apprezzamento poco lusinghiero. L’importante è ricordare. La memoria ha un ruolo essenziale nell’aiutarci ad affrontare le catastrofi, naturali e non. Grazie anche a tutti coloro che hanno trasmesso il ricordo del Vajont attraverso i vari social network.