Possono cucinare. Ma non per i propri figli. E’ questa una delle mancanze più grandi per le donne in carcere. Lo racconta una delle detenute di San Vittore, a Milano. E così alla perdita della libertà si aggiunge la perdita della quotidianità. Con un paradosso: le donne delinquono di meno, vanno in carcere più raramente (solo il 4,2% dei detenuti è donna), ma devono così adattarsi a una carcerazione pensata per gli uomini. E spesso – racconta il garante dei detenuti della provincia di Milano Fabrizia Berneschi – devono fare i conti con l’abbandono da parte della famiglia e con il distacco dai figli. Dopo la sentenza Torreggiani della Corte europea dei diritti dell’uomo che ha condannato l’Italia per il sovraffollamento nei penitenziari, le condizioni di vita a San Vittore sono migliorate: le donne recluse oggi sono circa ottanta, hanno la possibilità di frequentare corsi e le loro celle restano aperte per diverse ore al giorno. Ma un detenuto comune ha diritto a sei ore di colloquio al mese e dieci minuti di telefonate a casa alla settimana, troppo poco perché le detenute possano far sentire la loro presenza ai famigliari o perché possano cucinare per i propri figli durante la visita per il colloquio. La detenzione può diventare però uno spazio per riflettere sulla propria vita e scoprire passioni come la scrittura: è quello che cerca di fare il gruppo di donne coordinate da Renata Discacciati che hanno dato vita alla rivista ‘Oltre gli occhi’  di Luigi Franco e Maria Itri

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