Chi fosse tale Giulia De Lellis era per me un mistero, fino a poche ore fa. Poi, per merito (o colpa) del Grande Fratello Vip – dove per “vip” si intenda: basta che vai in tv e ti dedichino un paio di copertine su riviste da gossip – la nostra è assurta a gloria, si spera peritura. Per una di quelle frasi che rimarranno negli annali della noia e del già sentito dire: «Secondo me i figli dei gay la maggior parte saranno gay». Mancano adesso all’appello “i neri hanno il ritmo nel sangue”, “donna al volante pericolo costante” o altro stereotipo di circostanza.

Mi perdoneranno i miei affezionati lettori – hater inclusi – se sarò banale, ma la banalità è ingrediente principale del male e qui il lato oscuro sta tutto nell’ignoranza di certe affermazioni, palesemente volgari (nel senso di “volgo”, vale a dire “popolo minuto”) e intrinsecamente omofobiche. Pazienza se la nostra De Lellis ha ricordato che anche lei ha tanti amici gay, conditio sine qua non da qualche anno a questa parte per sentirsi in dovere di proferire verità immani, quanto sostanzialmente cretine, sulle vite delle persone Lgbt. Ma vediamo perché quella frase è volgare e pregiudizievole.

In primis: l’orientamento sessuale non è qualcosa che ti viene insegnato, ma ci nasci. Così come non ti insegnano ad essere mancino né ad avere le lentiggini. È un fattore che fa parte della natura umana – e in molte altre specie, oltre la nostra, anche della natura animale – ed è un elemento caratterizzante dell’identità sessuale di una persona. Non cambi orientamento per esposizione all’omosessualità: questo lo credono gli aficionados del Family day, ma è come pensare che se dici a un bambino che Babbo Natale esiste, poi lui si sentirà una renna. Per altro, se così fosse, visto che la stragrande maggioranza degli esseri umani nasce da genitori eterosessuali non dovrebbero esistere gay e lesbiche. E invece… Ditelo alla tronista, affinché possa dormire sonni tranquilli.

In secondo luogo: l’affermazione è intimamente omofobica perché caratterizza l’omosessualità come condizione indesiderabile. Affermare che « i figli dei gay la maggior parte saranno gay» significa vedere l’orientamento di una parte della popolazione come qualcosa di contagioso. Come una “malattia”. La domanda da fare, a quelle parole, sarebbe: e cosa ci sarebbe di male? Essere gay o lesbica (se ci fermiamo solo all’ambito dell’orientamento) non impedisce di eccellere negli studi, di essere personaggi politici di rilievo, di fare brillanti invenzioni (se oggi leggere questo articolo sul web è grazie a un omosessuale, tale Alan Turing), di essere raffinati scrittori o scrittrici, ecc. Sottolineare il carattere emergenziale dell’eventualità di poter avere un figlio gay, significa vedere in questa prospettiva qualcosa di indesiderabile. Lo diremmo di una persona che scrive con la sinistra, che ha i capelli rossi o le lentiggini? Per gay e lesbiche vale ancora.

Aggiungo, ancora: di contro l’eterosessualità viene considerata un valore, quando è ampiamente dimostrato che non garantisce di per sé la funzione educativa dei minori. Da Erode a genitori infanticidi – di cui non si ha notizia di orientamenti fuori norma – per non parlare dei vari lanci dei neonati nei cassonetti o dai ponti dei fiumi, queste amene attività sembrerebbero essere relegate, principalmente, alla dimensione eterosessuale. Solo che, appunto, non è l’orientamento a farci buoni o cattivi genitori, bensì le nostre capacità educative. Ma a quanto pare, per le persone Lgbt è ancora importante valutare l’identità sessuale. E da qui nasce la resistenza a vedere nell’omogenitorialità un modello come un altro, socialmente accettabile.

Mentre tutto questo si consuma, in modo acritico, in quel cibo (di scarsa qualità) per appetiti volgari (cioè popolani) che è la tv generalista del nostro paese, questa settimana intanto ho letto di genitori che giustificano i figli che uccidono le fidanzate, di altri che abbandonano bambini in aeroporto per andare in vacanza e di madri che non tolgono la placenta ai neonati perché glielo vieta la religione. Ma in Italia si è ancora fermi a pensare che se un bambino cresce con due gay poi diventa “ricchione“. Perché il problema è l’uso degli orifizi (nella mente di chi produce certi pensieri), non di modelli educativi malati (e rigidamente “etero”, se dovessimo ragionare, a parti invertite, come certuni). E per essere buoni o cattivi genitori non serve l’orientamento sessuale, ma la capacità di esser tali o meno.