La riforma Schillaci e il nodo infermieri: per le Case di comunità ne servono 20mila, ma non si sa dove trovarli
Per cercare di non arrivare totalmente impreparato alla scadenza del prossimo giugno, e non rischiare di perdere i fondi del Pnrr, il governo ha accelerato sull’arruolamento dei medici di famiglia nelle Case di comunità. Il decreto legge emergenziale, voluto dal ministro della Salute Orazio Schillaci, è un tentativo in extremis di coprire i turni medici all’interno delle strutture finanziate con i miliardi europei. Un’accelerata per evitare che restino scatole vuote, rendendo inutile la tanto necessaria e agognata riforma della sanità territoriale.
Ma, al netto dei forti ritardi nella realizzazione delle strutture, la strategia dell’esecutivo, di puntare tutto sui camici bianchi per renderle operative, pare claudicante. Secondo il Dm 77 del 2022, infatti, il vero fulcro della continuità assistenziale territoriale avrebbe dovuto essere l’infermiere, chiamato a garantire la presa in carico dei pazienti sette giorni su sette e lungo tutto l’arco della giornata. Ma, nonostante questo, i problemi della categoria continuano a essere ignorati: carichi di lavoro eccessivi, violenza, stipendi bassi e distress etico stanno decimando la professione. Gli infermieri, semplicemente, non ci sono. O se ci sono, cercano di scappare dal Servizio sanitario nazionale.
Il 12 maggio si celebra la Giornata internazionale dell’infermiere e il paradosso della sanità territoriale italiana emerge ancora con più forza. Secondo i dati Agenas, per rendere pienamente operative le Case di comunità servirebbero almeno 20mila infermieri di famiglia e continuità. Professionisti destinati a presidiare le strutture, coordinare la presa in carico dei pazienti cronici, alleggerire i pronto soccorso e rafforzare la prevenzione territoriale. A circa un mese dalla scadenza del Pnrr, non si sa bene dove dovranno essere reclutati, visto che la carenza di organico, secondo le stime dei sindacati, supera le 100mila unità. Una voragine che oggi appare difficile da ripianare, a causa delle condizioni di lavoro in cui versa la categoria. Secondo l’indagine “Vita da infermiere” – realizzata dal Centro studi del sindacato Nursind su oltre tremila professionisti, tra i quali anche ostetriche e Oss, proprio in occasione della ricorrenza internazionale – più di tre infermieri su quattro, il 76,8%, dichiarano di essere costretti a lavorare regolarmente oltre il proprio turno per sopperire alle carenze organizzative e burocratiche. Il 70,2% riferisce di sentirsi emotivamente esausto spesso o sempre, mentre l’80,2% denuncia una scarsa o nulla valorizzazione professionale da parte delle aziende sanitarie.
Numeri che pesano in modo particolare sul progetto delle Case di comunità. Perché se il Pnrr punta a costruire una nuova rete territoriale, questa rischia di poggiare su fondamenta professionali già logorate. Il pericolo, denunciato da più parti, è che si realizzi soprattutto una riforma edilizia, fatta di muri, ambulatori e strutture, senza però il capitale umano necessario a garantirne il funzionamento quotidiano. Persino Filippo Anelli, presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici, ha ammesso che immaginare Case di comunità fondate quasi esclusivamente sulla presenza medica rappresenterebbe “il fallimento del presupposto originale”, nato invece per valorizzare una presa in carico multidisciplinare.
Sul quadro continuano inoltre a pesare problemi strutturali già noti: stipendi inferiori rispetto alla media europea, aggressioni crescenti ai danni del personale sanitario e una fuga verso l’estero che, secondo il sindacato Nursing Up, coinvolgerebbe 7mila professionisti ogni anno. Elementi che rendono la professione sempre meno attrattiva proprio mentre il sistema avrebbe bisogno di rafforzarla. Un infermiere italiano guadagna mediamente il 20% in meno rispetto alla media Ue. E nei reparti di degenza il rapporto infermiere-paziente arriva spesso a 1 ogni 12, toccando punte notturne di 1 ogni 20. Quando lo standard di sicurezza, dicono i sindacati, sarebbe di 1 a 6. Questa pressione non genera solo stanchezza, ma quello che gli esperti chiamano “distress morale“: il 71% degli infermieri di pronto soccorso vive con il senso di colpa di non poter garantire cure dignitose ai pazienti.
Per questo, nella giornata che dovrebbe celebrarne il valore, gli infermieri italiani si trovano soprattutto a rappresentare il punto più critico di una riforma che rischia di nascere monca. I sindacati lo denunciano da tempo: senza un piano straordinario di assunzioni, valorizzazione e reale riconoscimento dell’autonomia professionale, le Case di comunità potrebbero trasformarsi nell’ennesima promessa incompiuta della sanità italiana.