Ancora una volta l’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) denuncia l’avanzata del consumo di suolo in Italia e le sue conseguenze sull’ambiente e sulle tasche di noi cittadini. Questa volta è avvenuto grazie a una iniziativa promossa dal M5s e svoltasi a Roma lunedì 29 maggio.

Nel convegno l’Istituto ha presentato uno studio in applicazione del rapporto Ispra 2016 Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici (nell’ambito del Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente) di cui parlai in un precedente post.

Cosa sono i servizi ecosistemici? Sono delle vere e proprie ricchezze che consentono all’uomo di vivere: stoccaggio e sequestro del carbonio, qualità degli habitat, produzione agricola, produzione legnosa, purificazione dell’acqua, protezione dall’erosione, impollinazione, regolazione del microclima, infiltrazione dell’acqua, rimozione di particolato e ozono. Ricchezze che si perdono quando il suolo viene cementificato o asfaltato, cioè quando perde la sua naturalità. E siccome nella nostra società tutto ha un prezzo, l’Ispra ha adottato altresì un criterio per quantificare in termini monetari il danno che i cittadini subiscono a seguito di questa avanzante perdita di suolo. Perché il consumo di suolo avanza, seppur rallentato, ma avanza.

Questo studio è stato applicato adesso dall’Ispra al caso Roma, ipotizzando che nella capitale continui l’erosione di suolo fertile che è avvenuta fino a oggi grazie a un piano regolatore generale (Prg) volto a soddisfare interessi privatistici e a rimpinguare le casse comunali attraverso imposte e oneri di urbanizzazione invece di salvaguardare il bene comune.

E lo scenario previsto fino al 2030 con il trend attuale è per lo meno fosco: se già oggi risultano coperti artificialmente 31.594 ettari di suolo (pari al 24,58% del territorio comunale) la previsione al 2030 è di 33.959 ettari (26,42%). La conseguente stima della perdita economica rappresentata da questo consumo di suolo (dal 2012 al 2030), considerando i costi necessari per sostituire quello che il suolo naturale ci fornisce gratuitamente varia da un minimo di 107 a un massimo di 140 milioni di euro l’anno.

Da ambientalista potrei aggiungere che lo studio non valuta un altro aspetto, che è la perdita di naturalità del paesaggio e le sue conseguenze sulla qualità della vita. Difendere il territorio per salvare la psiche. Da rilevare che da questo studio nasce uno strumento che potrà essere al servizio di cittadini e amministrazioni per lavorare meglio alla pianificazione e considerare appunto tra i parametri di valutazione anche i servizi ecosistemici.

Questa la dichiarazione rilasciata dall’onorevole Massimo De Rosa al termine del convegno: “Finora abbiamo affrontato le questioni legate al consumo di suolo, attraverso un ambientalismo generico. Le singole amministrazioni hanno sempre ragionato in termini legati al guadagno immediato di comuni e costruttori. È il momento di cominciare ad affrontare il tema attraverso un approccio sistemico. I dati mostrati oggi evidenziano, ancora una volta, il rapporto diretto fra ambiente, territorio e salute”.

Inutile dire che ora che il Movimento governa in alcune città, Roma compresa, ci attendiamo che si passi dalle enunciazioni ai fatti concreti. A margine è il caso di notare come l’Ispra sia un ente di ricerca che opera al servizio del Ministero dell’Ambiente. Ma il governo pare non farsene un granché degli studi che esso produce. Ma atteniamoci ai fatti. Quello che un tempo era il ddl Catania sul contenimento del consumo di suolo è stato stravolto e dorme in parlamento. In compenso si va verso l’approvazione del ddl Falanga che certifica l’abusivismo edilizio di necessità.