Non si fermano le grandi opere, si fermano i ladri“. Così Renzi con un’uscita tardiva a commento del “No” alle Olimpiadi del mattone di Roma. “Grandi opere, grandi opere”, è quasi un mantra. Perché sono le grandi opere che ancora portano, nonostante tutto, consenso elettorale, oltre che favorire i soliti noti. Da questo punto di vista sembra di essere rimasti all’epoca del regime fascista, quando con le grandi opere si celebrava altresì la grandezza del regime. Allora Mussolini, oggi Renzi. Cambiano gli interpreti, ma non la sostanza. Peccato che il consumo del territorio che le grandi opere comportano, faccia altresì peggiorare le già disastrate finanze pubbliche. In che modo? Vediamolo.

Il rapporto 2016 sul consumo di suolo in Italia, redatto dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra) è stato presentato lo scorso luglio. Come nelle edizioni precedenti (questa è la terza), i numeri descrivono un’evoluzione preoccupante.

Continua l’erosione di suolo fertile, con un ritmo solo un po’ minore rispetto al passato. Nella classifica europea, l’Italia è quinta con il 7% contro una media europea del 4,3%. Lombardia, Veneto e Campania sono le regioni con il consumo maggiore; fra le provincie, Monza e Brianza.

Ma il rapporto quest’anno ha un elemento ulteriore e caratterizzante. Esso individua dei “servizi ecosistemici” forniti da un suolo fertile e ne quantifica il danno per la collettività qualora vi sia la perdita di detto suolo. I servizi ecosistemici sono i seguenti, ovviamente presenti in misura variabile nel suolo: stoccaggio e sequestro del carbonio, qualità degli habitat, produzione agricola, produzione legnosa, purificazione dell’acqua, protezione dall’erosione, impollinazione, regolazione del microclima, iInfiltrazione dell’acqua, rimozione di particolato e ozono.

Nel caso in cui il suolo venga consumato e tali servizi vadano persi, il rapporto individua un danno per la collettività stimato in una perdita annuale di capitale naturale per ettaro compresa tra i 36.000 ed i 55.000 euro. Il consumo di suolo rilevato è di gran lunga inferiore a quello reale, ed è a causa di tale incertezza che i costi sono espressi in valori minimi e massimi.

È facile comprendere quanto la misura del danno (irrecuperabile) non sia nemmeno minimamente paragonabile alle entrate pubbliche che derivano, per fare un esempio, dalle imposte e dagli oneri di urbanizzazione che conseguono alla realizzazione di nuovi fabbricati. Del resto, pur senza essere un esperto come i tecnici dell’Ispra, anche l’uomo comune si rende facilmente conto dei danni che si apportano con il consumo di territorio, quando si verificano allagamenti, alluvioni, smottamenti, frane et similia.

Ora, visto che l’Ispra è un istituto che fiancheggia il governo (esso dipende dal Ministero dell’Ambiente e del Territorio), viene da chiedersi con quale faccia il nostro Presidente del Consiglio osi affermare che occorre realizzare ancora grandi opere, visto che esse sono individuate sempre dall’Ispra come la maggiore causa di dissesto del territorio.

Chissà, forse, mi viene da pensare, la risposta sta nelle parole pronunciate dal Procuratore Generale di Palermo, Roberto Scarpinato all’Insolvenzfest tenutosi a Bologna la scorsa settimana. Scarpinato (sostanzialmente ampliando ciò che disse per i 20 anni dalla morte di Borsellino) ha affermato che una “élite criminale” che affianca “pezzi di classe dirigente” si trova nella cabina di regia in cui si fanno leggi ad hoc e si decidono grandi affari, come, solo per esempio, le privatizzazioni dell’energia e dell’acqua: è la ‘massomafia’”.

Così l’alto magistrato: “Gli strumenti giuridici che abbiamo sono stati costruiti per la mafia dei brutti sporchi e cattivi. Ma i mafiosi non sono più così: stanno diventando persone che ci assomigliano sempre di più. Va a finire che non si sa più se abbiamo davanti il concorso esterno di amministratori pubblici negli affari sporchi della mafia o il concorso esterno dei mafiosi negli affari sporchi dei colletti bianchi”.