Erano trascorsi appena sei minuti dall’inizio dell’attacco statunitense sulla base aerea siriana di Shayrat quando la delegazione cinese ha lasciato la cena di benvenuto organizzata da Donald Trump per accogliere il presidente cinese Xi Jinping nel resort di Mar-a-Lago. Il precipitare delle azioni di Washington contro Bashar al Assad in risposta all’attacco con agenti chimici a Idlib, del quale è accusato il governo di Damasco, ha oscurato lo storico primo incontro tra i due leader. La due giorni in Florida, in un contesto informale, deve servire a tracciare la direzione dei rapporti tra Pechino e Washington. Ieri Trump si è detto onorato dell’incontro. Scherzando ha aggiunto di aver avuto una lunga conversazione con Xi, ma senza ottenere nulla. Infine ha previsto l’inizio di una grande amicizia con la sua controparte, accettando inoltre l’invito a recarsi presto in visita nella Repubblica popolare cinese.

Dalla Cina, il ministero degli Esteri ha esortato gli Usa a evitare “qualsiasi ulteriore deterioramento” della situazione. Nel marasma siriano i cinesi hanno mantenuto una posizione ambigua, pur sostenendo le ragioni di Damasco nelle sedi internazionali. Ancora lo scorso febbraio la Cina ha votato contro l’imposizione di sanzioni. Mentre a marzo, ricorda il sito Quartz, lo stesso Assad intervistato dalla televisione di Stato cinese ha parlato di amicizia vera tra i due Paesi. Pur tenendo fede alla politica di non interferenza di quelle che considera questioni interne agli altri Paesi, dato il crescente ruolo di attore responsabile sulla scena globale, la Cina ha di recente nominato un inviato speciale per Siria, Xie Xiaoyan e promesso aiuti per 29 milioni di dollari per i profughi.

Dichiarazioni del ministero degli Esteri a parte, a dettare al linea è stato per primo il Global Times. Il tabloid, legato al Quotidiano del popolo, è considerato lo strumento per far passare i messaggi più diretti rispetto alle posizioni spesso paludate e dettate da maggiore diplomazia della casa madre. Il lancio di 59 missili Tomahawk è stato “un atto di forza”, scrive il giornale nel sottolineare la rapidità della decisione presa da Trump. “Il presidente intende dimostrare di avere il coraggio che Obama non ha avuto. Vuole dimostrare al mondo di non essere un presidente-uomo d’affari e, se necessario, di essere disposto a usare le forza militare”, si legge ancora, per poi concludere “Il Medio oriente è nuovamente al centro dell’attenzione. Né la Russia né l’Iran resteranno in silenzio aspettando la caduta. La guerra civile siriana è entrata in una nuova fase. Altri rifugiati scapperanno dalla regione e l’Europa ne pagherà il prezzo”.

Dell’importanza del Medio Oriente per l’amministrazione Trump lo stesso Global Times aveva parlato in un commento di qualche giorno fa sul rischio di un conflitto nella penisola coreana, mettendola in cima alle preoccupazioni statunitensi, prima dell’ascesa cinese e delle provocazioni nordcoreane. Queste ultime sono, assieme alle tensioni sugli scambi commerciali, uno dei temi che Trump e Xi approfondiranno negli incontri di oggi. I timori cinesi, a questo punto riguardano anche possibili azioni nei confronti di Pyongyang. In un’intervista al Financial Times, il presidente statunitense non ha escluso di agire unilateralmente contro Kim Jong Un e i sui generali, se la Cina non contribuirà a fermare il programma nucleare del regime e i test missilistici.

Dichiarazioni che a questo punto vanno lette tenendo a mente il rischio che a breve Pyongyang possa condurre un sesto test nucleare, il quarto da quando il giovane Kim è al potere e il primo sotto la presidenza Trump. Il sito 38north, gestito dallo US-Korea Institute della Johns Hopkins University, segnala movimenti nel sito nucleare di Punggye-ri che vanno avanti da almeno quattro settimane. Il prossimo 11 aprile si aprirà la sessione dell’Assemblea suprema del popolo, quattro giorni dopo, il regime celebrerà l’anniversario dalla nascita di Kim Il Sung. Si tratta di ricorrenze che potrebbero dare la scusa al regime per fare sfoggio di forza. A questo punto Trump si potrebbe trovare davanti a una nuova linea rossa varcata da un Paese considerato ostile. Sarà un tema sul quale le posizioni sino-statunitensi rischiano di restare lontane. Al momento, tramite l’agenzia ufficiale Xinhua, Pechino fa sapere di essere pronta a lavorare con la controparte per rafforzare le relazioni bilaterali: “Ci sono mille ragioni per far sì che la relazione tra Cina e Usa funzioni e nessuna perché si rompa”.

di Andrea Pira