Donald Trump e Rex Tillerson dichiarano di essere “pronti ad agire in Nord Corea”, anche senza l’aiuto del governo cinese. La risposta da Pyongyang al presidente e al segretario di Stato Usa arriva poche ore dopo, il 5 aprile, con un nuovo test missilistico nel Mar del Giappone. Tutto a 24 ore dall’incontro a Washington tra l’inquilino della Casa Bianca e il presidente cinese Xi Jinping per cercare di sviluppare, tra le altre cose, una strategia che freni i piani del presidente nordcoreano Kim Jong-un riguardo al nucleare ed evitare uno scontro tra la Corea del Nord e gli Stati Uniti. “Trump sa che un conflitto tra due potenze nucleari è un’opzione irrealistica – commenta Yong-Chool Ha, docente esperto di politica coreana per la Henry M. Jackson School of International Studies dell’Università di Washington – sta così chiedendo a Xi Jinping di fare pressione sul regime coreano riguardo alla questione nucleare, ma il leader cinese coglierà l’occasione per ottenere delle concessioni commerciali che interferiscano con i piani protezionistici del presidente Usa”.

“Trump ha ereditato i fallimenti dei precedenti colloqui. Ma uno scontro sarebbe un disastro”
I colloqui tra Stati Uniti e Corea del Nord sulla non-proliferazione nucleare sono iniziati già negli anni ’90, con la presidenza Clinton. In oltre 20 anni di colloqui, spiega il professore, gli approcci di Washington nei confronti di Pyongyang sono stati vari, ma i risultati un fallimento. “L’amministrazione di Bill Clinton – dice – aveva avviato colloqui bilaterali, riuscendo a ottenere nel 1994 l’accordo Agreed Framework, con il quale il Paese asiatico si impegnava a bloccare il proprio piano di sviluppo nucleare, mentre i Paesi che facevano parte dell’Organizzazione per lo Sviluppo energetico della Penisola Coreana (Kedo), avrebbero finanziato la produzione energetica coreana ad acqua leggera”.

I problemi, continua il docente, nascono pochi anni dopo l’entrata in carica del Presidente George W. Bush che, dopo lo scioglimento dell’accordo e l’uscita delle Corea del Nord dal Trattato di non-proliferazione (Npt), nel 2003, avvia nuovi colloqui applicando la strategia del six-party talks: “Si tratta di colloqui multilaterali tra le due Coree, il Giappone, la Cina, la Russia e gli Stati Uniti che portarono a due accordi formali nel 2005 e nel 2007 che, però, non trovarono applicazione a causa della volontà di Pyongyang di procedere con i propri piani nucleari. Tanto che, nel 2006, il regime ha effettuato il suo primo test”. Questi colloqui, sostiene il docente, sono la principale causa di quello che lui chiama il “Nuclear Dilemma” della Corea del Nord: “Colloqui così lunghi (2003-2008, ndr) si sono spesso arenati a causa di scontri e incomprensioni tra i vari Paesi coinvolti e hanno impedito che la Corea del Nord potesse avviare un processo di riforme interne”. Un’eredità pesante alla quale Barack Obama ha deciso di rispondere con la strategia della “pazienza strategica”: “Ha evitato scontri con Pyongyang, aspettando segnali da parte della Corea per avviare altri dialoghi, e ha ignorato le prove di forza di Kim Jong-un che contribuivano, così, solo ad aumentare l’autoisolazionismo coreano”.

Tutto questo per spiegare la situazione che si trova ad affrontare oggi l’amministrazione di Donald Trump: gli Stati Uniti non hanno più davanti un interlocutore con piani di sviluppo nucleare, bensì una vera potenza nucleare. “Gli Stati Uniti – continua il professore – devono capire che, a causa dei fallimenti del passato, oggi hanno di fronte un Paese che possiede un arsenale nucleare avanzato. Non può quindi pensare di andare a uno scontro, che sarebbe un disastro, e nemmeno di chiedere lo smantellamento di questo arsenale. Deve invece trovare degli accordi di non-proliferazione e limitare al minimo l’utilizzo di armi che Pyongyang ha già a sua disposizione”. E per farlo, ha bisogno dell’unico interlocutore che ha il potere di influenzare la dinastia dei Kim: il Presidente della Cina, Xi Jinping.

Trump chiede alla Cina di fare pressione, “ma Pechino chiederà concessioni commerciali”
Trump e la sua amministrazione conoscono l’importanza del ruolo ricoperto dal leader cinese in un eventuale dialogo con la dittatura coreana. Per questo la questione finirà sul tavolo degli incontri del 6 e 7 aprile, quando i due presidenti si confronteranno tra le mura della residenza del magnate americano, a Mar-A-Lago, in Florida. I colloqui, però, non si annunciano semplici, soprattutto dopo le dichiarazioni di Trump sulla necessità di avviare politiche economiche e commerciali protezionistiche per cercare di abbattere il deficit commerciale Usa che, oggi, è di circa 500 miliardi di dollari, di cui 347 sol con Pechino: “L’incontro con la Cina sarà molto difficile – ha dichiarato Trump qualche giorno fa -, perché non possiamo avere un massiccio deficit commerciale e perdita di posti di lavoro. Le compagnie americane devono trovare altre alternative”.

Parole che non sono piaciute al suo omologo cinese e che potrebbero rendere più complicato un accordo sulla Corea del Nord. “L’unica soluzione per gli Stati Uniti è quella di avviare un dialogo chiedendo a Pechino di esercitare pressioni su Pyongyang – continua Yong Chool Ha – c’è però da tenere in considerazione un fatto: mentre gli Usa non hanno interessi strategici in Corea del Nord, se non riguardo al nucleare, la Cina non può permettersi di esercitare una pressione tale da far collassare il regime di Kim Jong-un che rappresenta un Paese cuscinetto importante tra la Cina e la Corea del Sud. Servirà un grande lavoro diplomatico perché essere una potenza nucleare, per la Corea del Nord, significa avere delle garanzie di sicurezza. Se gli Usa sapranno dare a Pyongyang rassicurazioni di questo tipo, allora un dialogo sarà possibile”. Un dialogo che dovrà avere nella Cina un mediatore fondamentale, ma a caro prezzo: “Se gli Usa insisteranno a dire che i prodotti cinesi drogano il mercato americano e influenzano il principio della concorrenza, mantenendo una visione chiusa, allora non ci sarà alcun dialogo sul nucleare. Se, invece, si apriranno, nuovi colloqui saranno possibili”.

Twitter: @GianniRosini