Per fare la guerra all’Iran Trump ha allontanato l’Arabia Saudita: “A Riyad servono alleanze alternative e può trovarle nella Cina”
C’è l’Arabia Saudita dietro alla sospensione dell’operazione americana Project Freedom nello Stretto di Hormuz. Quello che negli ultimi anni si era ritagliato il ruolo di principale alleato degli Stati Uniti nel Golfo, nonché nemico giurato dell’Iran per la leadership nella Penisola, rimane nelle retrovie della guerra e, anzi, diventa un ostacolo alle ambizioni belliciste di Washington e Israele negando l’utilizzo delle proprie basi. Anche a Teheran sembrano averlo capito, tanto che le azioni militari della Repubblica Islamica si sono concentrate soprattutto sugli Emirati Arabi Uniti che, invece, hanno l’ambizione di diventare un partner sempre più affidabile per la Casa Bianca. La guerra all’Iran, spiega a Ilfattoquotidiano.it Neil Quilliam, ricercatore associato nel programma per il Medio Oriente e Nord Africa della Chatham House di Londra, non ha quindi solo ristabilito i rapporti di forza nella Penisola Arabica, ma sta allontanando gli Usa da quello che era il suo primo alleato: l’Arabia Saudita.
Dottor Quilliam, nei giorni scorsi abbiamo visto l’Iran attaccare gli Emirati Arabi e ampliare la porzione di mare sotto il proprio controllo nello Stretto di Hormuz, includendo volutamente anche aree di Abu Dhabi strategiche l’esportazione di combustibili fossili. Nel frattempo, l’Arabia Saudita non ha concesso le proprie basi agli Stati Uniti per portare avanti l’operazione Project Freedom che infatti è stata sospesa. Possiamo dire che gli Emirati stanno diventando il principale alleato americano nell’area?
È difficile fare una classifica, ma in questo momento credo che sia così, i rapporti sono molto stretti e forti. Probabilmente più forti di quelli con l’Arabia Saudita in questo particolare momento che, ovviamente, può sempre cambiare. Ma c’è anche un forte rapporto col Qatar. Anche se credo che l’amministrazione Trump in questo preciso momento stia dando priorità ai rapporti con gli Emirati rispetto agli altri paesi del Golfo.
Sono noti invece gli stretti legami tra la prima amministrazione Trump e l’Arabia Saudita. Riyad fu la prima trasferta ufficiale del presidente all’estero, una scelta inusuale, con la foto iconica del tycoon insieme ad Abdelfattah Al Sisi e re Salman intorno alla sfera di luce. C’è stato poi il gigantesco accordo commerciale nel campo della Difesa siglato proprio con la monarchia degli Al Saud. Cos’è cambiato?
Aggiungo che anche il primo viaggio del suo secondo mandato fu nel Golfo, sempre a Riyad e poi a Doha e Abu Dhabi. E durante la sua visita, era il maggio 2025, Mohammad bin Salman riuscì a convincere Trump a incontrare e accogliere politicamente il nuovo presidente siriano Ahmed al-Sharaa. Quindi fino a questo punto l’influenza dei sauditi su Trump era molto forte. Lo è ancora, ma la volontà del presidente di portare avanti questa guerra, qualunque sia il suo obiettivo, combacia soprattutto con gli interessi di Israele e degli Emirati, il Paese che più ha supportato il conflitto tra quelli arabi della Penisola. Ha fornito supporto senza esitare, tanto che abbiamo visto Israele dispiegare l’Iron Dome sul suo territorio. Credo che lui tenga molto in considerazione gli Emirati proprio per questo, per la loro posizione sulle guerra all’Iran. Loro sono il soggetto più compiacente, mentre l’Oman lo è meno di tutti. Arabia Saudita, Kuwait e Qatar si collocano in una posizione intermedia. E sappiamo quanto questo sia importante per Trump che ha chiesto il supporto della Nato, degli europei, della Gran Bretagna in questo conflitto. Loro hanno risposto “non è la nostra guerra”, mentre gli Emirati hanno mostrato grande disponibilità. I sauditi si sono mostrati molto più esitanti e su posizioni neutrali. Inizialmente hanno condannato gli attacchi iraniani, ma sono anche preoccupati da possibili ripercussioni anche nel Mar Rosso (dove si era ipotizzato un altro blocco iraniano col supporto degli Houthi, ndr). Quindi vogliono tenersene fuori e, per questo, saranno giudicati da Donald Trump.
Sembra che con lo scoppio della guerra a Gaza qualcosa nei rapporti tra sauditi e Stati Uniti sia iniziato a cambiare. Siamo passati dai negoziati per accogliere Riyad negli Accordi di Abramo a uno stop dopo il 7 ottobre 2023. Da quel momento il rapporto ha conosciuto un graduale deterioramento. Possiamo dire che quella data rappresenta un punto di svolta nei rapporti tra Washington e Riyad?
Può essere considerato uno dei punti di svolta, ma non sono sicuro che sia iniziato col 7 ottobre. Gli anni di guerra a Gaza hanno reso difficile per l’Arabia Saudita prendere in considerazione la normalizzazione dei rapporti con Israele. Anche se la giovane popolazione saudita, francamente, non è molto interessata alla questione palestinese perché sono cresciuti in un’era diversa rispetto ai loro padri e ai loro nonni che, invece, avevano maggior senso di lealtà per questioni politiche come questa. Detto questo, le immagini molto forti diffuse durante la guerra hanno comunque politicizzato molto la giovane popolazione saudita. E questo ha lasciato a Mohammad bin Salman pochissimo margine di manovra. Quindi, al momento, la prospettiva di una normalizzazione è pari a zero ed è progressivamente scesa da forse dieci a zero dopo il 7 ottobre, come conseguenza delle azioni di Israele. Per rispondere alla domanda, i bombardamenti a Gaza sono stati un punto di svolta, ma non di rottura. Le relazioni bilaterali sono ancora buone, ma il processo di normalizzazione dei rapporti con Israele al momento non è un’opzione. E questo per Trump è frustrante.
Quali sono stati i principali passaggi di questo cambiamento?
Se si torna indietro fino al settembre 2019, quando Houthi e Iran sferrarono una serie di attacchi contro le infrastrutture energetiche saudite di Abqaiq e Khurais, non ci fu una risposta militare immediata da parte dell’amministrazione Trump. Questo fece riflettere i sauditi. Trump intervenne solo nel gennaio successivo con l’uccisione del generale Qasem Soleimani in Iraq. Così i sauditi hanno iniziato a percepire preoccupazione perché hanno capito che gli atti imprevedibili e unilaterali di Trump possono esporli a dei pericoli. Per questo hanno fatto pressione per evitare gli attacchi del 28 febbraio scorso. Quindi anche questa nuova guerra con l’Iran può essere considerato un momento cruciale. Bin Salman ha capito che la propria capacità di influenzare o orientare la politica della Casa Bianca, indipendentemente da quanti soldi promettesse o da quali accordi fosse disposto a firmare, era limitata, inferiore a quella di Israele. Quindi si possono individuare tre momenti chiave: settembre 2019, il 7 ottobre 2023 e il 28 febbraio di quest’anno.
Più recentemente, anche l’annuncio fatto domenica da Trump sul “Project Freedom” può diventare un momento cruciale. Da quanto capisco, parte dell’operazione è stata condotta con un’intesa implicita con gli Stati del Golfo che avrebbero acconsentito all’uso delle proprie basi e infrastrutture a sostegno dell’operazione. Ma l’Iran ha risposto colpendo obiettivi negli Emirati. E penso che, ancora una volta, poiché non sono state fornite protezioni né garanzie di sicurezza, i sauditi abbiano ritirato il loro sostegno al Project Freedom e Trump sia poi stato costretto ad annunciare che l’operazione veniva sospesa. C’è questa paura costante da parte dei sauditi. Donald Trump può promettere garanzie di sicurezza, ma quando arriva il momento decisivo gli Stati Uniti non ci sono. Non intervengono. E penso che questo sia un grande problema nella relazione. Il legame con gli Stati Uniti rimarrà, continuerà a essere molto importante, è una partnership fondamentale. Ma la fiducia nella capacità di Trump di mantenere ciò che promette si è ridotta.
A questo si aggiunge che l’operazione Project Freedom, come lei ha scritto in una sua recente analisi, rappresenta anche un notevole problema economico per Riyad.
Il punto è trovare alternative infrastrutturali per le esportazioni di petrolio e l’importazione di cibo. I porti sul mar Rosso sono insignificanti da questo punto di vista e la maggior parte delle infrastrutture energetiche si trova invece nelle province orientali (che più risentono del blocco nello Stretto di Hormuz, ndr). La chiusura rappresenta una sfida e una minaccia enorme per la sicurezza economica, alimentare e militare saudita. Ora che Hormuz è stato chiuso una volta, il confine è stato varcato. Anche se ci fosse un accordo domani, gli iraniani sarebbero comunque in grado di chiudere di nuovo il passaggio alle navi quando vogliono. Questo espone i sauditi a una continua vulnerabilità, ecco perché guardano sempre più alle coste dell’ovest. Devono sfruttare il mar Rosso per aggirare eventuali chiusure, questo è diventato un problema strutturale per i sauditi.
Quindi è giusto dire che con la decisione di supportare Israele in questa guerra all’Iran gli Stati Uniti rischiano di compromettere le loro relazioni con quello che era il loro principale alleato nel Golfo?
Non penso che le relazioni siano definitivamente compromesse perché sono troppo importanti e i due Paesi hanno troppi interessi in comune. Ma la leadership saudita ha potuto imparare che per gli Usa gli interessi israeliani stanno al primo posto e che quindi non può contare solo sul supporto americano e deve invece costruire nuove relazioni. Fino a oggi era al secondo posto nella classifica degli Stati Uniti, adesso probabilmente al terzo, sotto gli Emirati. E questo non è accettabile per un grande Paese come l’Arabia Saudita, è un’umiliazione. Riyad non può compensare una eventuale perdita dei legami con gli Usa, ma può comunque costruire parallelamente relazioni con Paesi come Pakistan o Turchia e ha già buone relazioni con l’Egitto.
E la Cina?
Certamente. Con loro e la Turchia ha già iniziato da qualche anno a costruire la propria industria della difesa.