È la calma di Papa Leone ad allarmare Trump: in lui ha trovato l’ostacolo non previsto
Dopo che il presidente Trump ha così pesantemente “bombardato” papa Leone XIV è difficile immaginare su quali basi possa essere ristabilito un rapporto realmente disteso tra Stati Uniti e Santa Sede. Marco Rubio, il segretario di Stato americano che vede giovedì il pontefice, non arriva certo facilitato dalle ultime uscite del presidente secondo cui Leone “sta mettendo in pericolo molti cattolici e molte persone”, poiché “preferisce parlare di come sia accettabile che l’Iran possieda un’arma nucleare…”. “Il Papa va avanti per la sua strada”, ha commentato il cardinale Parolin. “Se qualcuno vuole criticarmi per annunciare il Vangelo che lo faccia con la verità”, ha poi detto ai giornalisti il pontefice, smontando la tesi di Trump perché la “Chiesa da anni ha parlato contro tutte le armi nucleari”.
In realtà – al di là delle battute del presidente – Washington e il Vaticano sono su una rotta di collisione che ha radici profonde. Appena rieletto Trump, negli ambienti vaticani si fece rapidamente strada la sensazione che si andasse verso una “nuova era”. Anzitutto per la visione post-democratica dei Grandi Padroni High Tech, fautori di una drastica deregolamentazione e del prevalere dell’efficienza tecnologica e della volontà del singolo soggetto – volontà d’intrapresa alla cui potenza non porre limiti – a scapito del sistema democratico di pesi e contrappesi, rappresentato dal Parlamento, dal potere giudiziario, dalla libera stampa e dalla libertà accademica.
In secondo luogo in Vaticano si prese atto che l’indirizzo di Trump fuoriusciva dal vecchio ordine internazionale basato su regole (anche violate o ipocritamente aggirate vedi Bush jr. in Iraq e Putin in Ucraina) ed era teso a sostituire il multilateralismo con un sistema di capibastone che si spartiscono il mondo in zone di influenza.
Ha colpito in Vaticano la mancanza assoluta di remore più che l’assenza di Galateo. Si pensi ai proclami di Trump a proposito della presa di possesso di Panama, Canada, Groenlandia, Cuba, l’attacco a Caracas e il sequestro del presidente Maduro, per arrivare all’ultima aggressione all’Iran durante una fase negoziale e completamente fuori della legalità internazionale.
Fatto sta che nel corso del 2026 Trump ha dovuto registrare un crescendo di dichiarazioni papali contrarie alla sua impostazione politica. Leone ha cominciato a gennaio, denunciando – davanti al corpo diplomatico – il fervore bellico che stava dilagando e sottolineando che ora si cerca di imporre la pace “mediante le armi, quale condizione per l’affermazione di un proprio dominio”. Iniziata la guerra contro l’Iran, il pontefice ha scandito che il Dio cristiano “rifiuta la guerra e che nessuno può usare per giustificare la guerra e che non ascolta la preghiera di chi fa la guerra”. Un attacco diretto da parte del pontefice all’uso della religione a fini di potere da parte dei fautori di Trump.
Quando poi, di fronte al proclama del presidente americano di voler annientare la civiltà iraniana, Leone XIV ha definito inaccettabile la minaccia e ha bollato la guerra come ingiusta e fuori dal diritto internazionale gli attacchi alle infrastrutture civili in Iran, Trump ha visto nel Papa un antagonista diretto. Tanto più che Leone ha fatto una cosa che nessun pontefice nell’età contemporanea aveva fatto: un appello al popolo perché facesse pressione sui parlamentari e le autorità statali affinché lavorassero per la pace e “rigettassero la guerra”.
Il primo pesante attacco di Trump al papa (13 aprile) nasce da qui. Dall’ira di dover scoprire che sulla scacchiera internazionale su cui il presidente americano pensava di giocare senza ostacoli – con Putin a lui vicino, la Cina in silenziosa osservazione, l’Europa disorientata e balbettante – si stagliava una pedina non prevista: una voce di chiara opposizione alla guerra, una voce ben udibile sulla scena mondiale. Peggiore per Trump è stato anche il seguito: ascoltare un pontefice che dice di non avere paura di lui e di non avere voglia di discutere con lui, mentre lancia una denuncia durissima: “Un pugno di tiranni devasta il mondo”.
Per il presidente americano sono in gioco i voti dei cattolici alle prossime elezioni di medio termine per Camera e Senato. Una parte dei voti cattolici conservatori continueranno a sostenere i Repubblicani, dicono alcune ricerche. Ma una parte dell’elettorato cattolico, specie ispanico, potrebbe voltare le spalle. Negli Stati Uniti il voto religioso pesa. Non è un caso che le nuove critiche al papa Trump le abbia pronunciate in una intervista ad una tv cristiano-conservatrice.
Tuttavia c’è anche l’aspetto dell’opinione pubblica internazionale che guarda alla Santa Sede. E’ un segnale inquietante per Washington che la presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola abbia dichiarato che il pontefice non è solo il capo dei cattolici, ma un “simbolo di coraggio morale e chiarezza in un’epoca in cui tali bussole sono sempre più necessarie”.
Domani in Vaticano Rubio troverà un’accoglienza cortese come sempre. “Spero in un buon dialogo, con fiducia e apertura, per arrivare a comprenderci bene”, afferma tranquillo il pontefice. E’ questa calma mista a tenacia che allarma Trump. Leone non può essere accusato di essere anti-yankee, non può essere accusato di abbandonarsi a uscite estemporanee. Al tavolo del mondo, dove Trump pensava di avere le carte migliori, si è seduto un nuovo giocatore. Very relaxed e molto determinato.