Dietro naturalmente autorizzazione dell’autrice, dedico questa mail a chi ancora storce il naso o fa spallucce di fronte all’unico modello culturale di cui credo che l’intero Occidente (e ormai l’intero mondo) avrebbe un disperato bisogno, per tornare ad abbracciare un’idea di futuro perlomeno gradevole.

Mentre anche dal pulpito del Lingotto di Torino è capitato di ascoltare sedicenti precursori delle nuove teorie socioeconomiche ispirate alla sobrietà che, avvolti da un’aura astutamente verdastra, annunciavano l’urgenza di un cambiamento di rotta (tutto nella norma: sono i soliti green-washer, che all’occorrenza cambiano le cose che dicono, ma si guardano bene dal cambiare le cose che fanno), una ragazza che ha recentemente partecipato a uno dei miei workshop mi sorprende con queste poche righe:

Ciao Andrea,

mia mamma mi ha girato la tua email sul weekend del 13 e 14 maggio. In effetti era un po’ che non mi arrivavano tue email, forse sono finite come spam, devo controllare. 

Intanto voglio ringraziarti perché il corso che hai tenuto a Modena quasi un anno fa mi ha letteralmente cambiato la vita. Ora vivo in Umbria, vicino a un bosco: “Vivo basso e penso alto (eh eh eh… scusami, ma calza proprio a pennello). Al momento, con i risparmi, piano piano sto cercando di incrementare le entrate.

Comunque, mi piacerebbe tanto esserci, però per quel fine settimana ho già prenotato un seminario di process-work. Potresti informarmi se avete altre date in programma? Addirittura sarebbe bellissimo se poteste fare un weekend qui da me, non so se è fattibile, ma sarebbe davvero fantastico. Magari possiamo risentirci per capire se è possibile e se siete disponibili.

Ciao e buona giornata

Cristina

Diversamente da come vorrebbero farci credere gli ormai tanti prezzolati organismi internazionali che adorano riempirsi la bocca con questa e altre nuove seducenti discipline, la bioeconomia non è “un grande potenziale di crescita economica e di creazione di posti di lavoro in zone industriali, rurali e costiere” (Commissione europea, 2012) né “lo scenario economico derivante dall’applicazione massiva delle biotecnologie al settore primario dell’economia” (Ocse, 2014) né, ancor meno, “un comparto in forte ascesa, con un fatturato di oltre duemila miliardi di euro e l’impiego di circa 22 milioni di persone, con ulteriori prospettive di crescita” (Assobiotec, 2016).

La bioeconomia, per usare le parole del suo stesso fondatore, altro non è che “un approccio che sottolinea l’origine biologica dei processi economici e chiarisce che l’esistenza dell’umanità deve fare i conti con la limitatezza delle risorse, localizzate e distribuite in modo diseguale”, a cui si aggiunge come “qualsiasi progetto inteso a mantenere un’esistenza tollerabile per tutta l’umanità in futuro, debba intervenire principalmente dal lato della domanda (comprimendola, ndr) e non da quello dell’offerta (efficientandola, ndr)”, per concludere, infine, che “il vero output economico del processo economico non è un flusso materiale di scarti, ma un fluire immateriale: il godimento della vita” (Nicholas Georgescu-Roegen, Bioeconomia, 2003).

Anche se ci fa comodo crederlo perché ci lascia ben segregati nelle nostre “gabbie di comfort“, la bioeconomia non è la ricerca di un sistema diverso – più efficiente e, sì, diciamola anche noi la paroletta magica: sostenibile – per replicare a minor impatto ambientale tutto quello che si faceva prima. Perché, se è vero che l’approvvigionamento energetico potrà essere rimpiazzato da fonti rinnovabili (cosa che comunque avverrebbe a tempo ampiamente scaduto), quello dei materiali assolutamente no.

La bioeconomia è dunque il culto dell’abbastanza, della sufficienza, dell’accontentarsi, del “sacro poco” di pasoliniana memoria. Perché è solo all’interno di un perimetro limitato – sia in termini geografici, che economici, che temporali, che relazionali – che ognuno di noi potrà esprimere e sprigionare le proprie potenzialità, disintossicandosi dalle effimere prospettive globaliste e panmercantili da cui siamo stati sedotti nei decenni scorsi e oggi, inevitabilmente, abbandonati.

Per fortuna, a livello sistemico, la fine della crescita consentirà a sempre più persone di fare come Cristina, come me e come tanti altri. Avviandosi ad un’attenta e autentica ricerca del Sé, del valore del tempo che non torna, dei propri spazi vitali, dei propri effettivi bisogni e dei criteri con cui soddisfarli. Criteri che saranno necessariamente all’esterno delle consuetudini con cui il modo di vita occidentale ci ha ingabbiato per tanti decenni. Uscirne per volontà e non per necessità è roba per pochi, sia chiaro. Ma credo che un buon punto di partenza sia smettere una buona volta di cercarci dove vorremmo trovarci e cominciare a ricercarci dove non c’è alcuna traccia di noi.