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“Eliminare i combustibili fossili è una questione di sopravvivenza”, cosa è successo alla conferenza di Santa Marta

Organizzato da Colombia e Olanda, al summit hanno partecipato 57 Paesi diversi: nessun impegno vincolante ma roadmap per il futuro. Ora la palla passa alla Cop31 in Turchia ma l'assenza nel paese caraibico dei grandi produttori non fa ben sperare
“Eliminare i combustibili fossili è una questione di sopravvivenza”, cosa è successo alla conferenza di Santa Marta
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Non avrà prodotto impegni vincolanti, ma la conferenza di Santa Marta è stato un passo importante verso l’abbandono dei combustibili fossili. Il meeting, iniziato il 24 aprile e concluso il 29 aprile in Colombia, è il primo a livello internazionale che punta a dire addio alle fonti di energia non rinnovabili. Nella città caraibica si sono riuniti oltre 1500 funzionari, attivisti per il clima ed esperti finanziari provenienti da 57 Paesi diversi: quelli europei rappresentavano il 30% dei presenti. Al termine della conferenza gli organizzatori di Colombia e Olanda hanno passato il testimone per il prossimo anno a Irlanda e Tuvalu, il micro-stato del Pacifico a rischio sparizione per l’innalzamento dei mari.

Un modello alternativo

Dopo che la Cop30 di Belém non ha portato alla definizione di nessun concreto percorso verso l’uscita dai combustibili fossi, Santa Marta può diventare un modello alternativo per perseguire questo obiettivo. Anche la scelta della città colombiana non è casuale: a pochi chilometri si trova il porto di Drummond da cui partono milioni di tonnellate di carbone verso tutto il mondo. Al termine dei dialoghi sono stati definiti tre risultati preliminari: la necessità di sviluppare piani per la cooperazione internazionale, la creazione di gruppi di lavoro per finanziamenti e transizione del mercato del lavoro e la spinta verso futuri negoziati.

“A Santa Marta è successo qualcosa di straordinario – ha detto in una nota Manuel Pulgar Vidal, responsabile globale per il clima e l’energia del Wwf e già presidente della Cop20 – Sono stati discussi piani di attuazione nascenti. Lavoriamo insieme per trasformare questa piccola onda in un’ondata di azione”. Un percorso di transizione che sembra più che mai necessario dopo che la crisi energetica per la guerra in Iran ha messo in luce la fragilità dei Paesi dipendenti dalle importazioni di combustibili fossili. L’Unione europea, dopo sessanta giorni di conflitto, ha speso più di 27 miliardi di euro per importare queste fonti energetiche.

La conferenza è stata chiamata People’s Summit for a Fossil Free Future, perché tra le grandi novità c’è stato il rilievo dato alla società civile, tra rappresentanti indigeni, movimenti sociali e gruppi giovanili. Non sono stati invitati, come da abitudine, i lobbisti dei combustibili fossili perché al centro fossero lasciate le reali esigenze dei Paesi e non gli interessi economici dei singoli. Durante gli incontri, il ministro per il Clima di Tuvalu, Maina Talia, ha dichiarato: “Non si tratta di una posizione negoziale. Per noi è una questione di sopravvivenza“. Su questa linea oltre 250 giuristi e accademici hanno firmato una lettera aperta affermando che i governi hanno il dovere giuridico di eliminare gradualmente l’uso di carbone, gas e petrolio, per prevenire danni climatici.

I risultati

Tra i risultati più concreti c’è stata l’istituzione di un gruppo di oltre 500 scienziati, esperti di economia e tecnologia. Il loro compito sarà quello di fornire fino al 2035 contributi annuali per elaborare una roadmap di azioni concrete e urgenti, formulando raccomandazioni per definire politiche pubbliche adeguate. La bussala operativa è sempre quella di mantenere a portata l’1,5 gradi sanciti dall’Accordo di Parigi. L’obiettivo è anche quello di aumentare il coinvolgimento degli scienziati del Sud del mondo, l’area del pianeta più colpita dai cambiamenti climatici ma anche dai meccanismi finanziari che contribuiscono all’uso di combustibili fossili.

Non è infatti solo una questione di emissione, ma occorre anche proporre una transizione dei finanziamenti: gli alti costi di indebitamento e il limitato accesso ai capitali, frenano il cambiamento. Ci sono già alcuni Stati, come Espírito Santo in Brasile, che usano i proventi ricavati da petrolio e gas per finanziare progetti di energia pulita. Una soluzione possibile da cui però i gruppi indigeni, durante la conferenza, hanno ,messo in guardia: si tratta di un’opzione che non risolve le cause profonde della crisi e che anzi potrebbe prolungare la dipendenza verso i combustibili fossili.

Resta ancora da vedere quanto tutto ciò si tradurrà in risultati concreti alla Cop31 di novembre in Turchia. L’assenza a Santa Marta dei più grandi produttori di petrolio e gas però non fa ben sperare. Mancavano Cina, India, Russia e i Paesi del Golfo ma anche gli Stati Uniti, volutamente esclusi viste le ripetute azioni di Donald Trump per indebolire la transizione energetica globale. In una nota Washington ha giustificato l’assenza spiegando che “abbandonare fonti energetiche affidabili per affidarsi a fonti intermittenti e costose è distruttivo”. Erano presenti invece grandi produttori di carbone e petrolio come Australia, Turchia, Canada e Norvegia, mentre tra i Paesi più attivi c’è stata la Francia. Parigi ha infatti presentato una tabella di marcia nazionale per abbandonare il carbone entro il 2030, il petrolio entro il 2045 e il gas entro il 2050.

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