Il governo della Romania, guidato dal  socialdemocratico Sorin Grindeanu, in una seduta straordinaria convocata oggi ha revocato il contestato decreto d’urgenza che prevedeva la depenalizzazione di alcuni casi di corruzione. Il premier aveva annunciato ieri che il decreto sarebbe stato ritirato, in particolare a seguito delle massicce proteste dell’ultima settimana (VIDEO). La legge contestata era stata approvata d’urgenza dal governo il 31 gennaio, e da allora ogni giorno sempre più persone erano scese in piazza per protestare, soprattutto nella capitale Bucarest ma anche in altre città. L’opposizione al Partito socialdemocratico che ha vinto le elezioni politiche del dicembre 2016 con il 45% dei voti senza includere però nel suo programma elettorale il decreto sulla corruzione, il presidente della repubblica Klaus Iohannis (indipendente), la magistratura, la procura anti-corruzione, la Commissione europeaGermania e Francia avevano criticato duramente il decreto. Secondo quanto riferiscono fonti governative a Mediafax, la revoca entrerà in vigore quando nelle prossime ore sarà pubblicata sulla Gazzetta ufficiale.

Anche se il provvedimento che doveva entrare in vigore il 10 febbraio è stato cancellato definitivamente, migliaia di persone si sono radunate davanti alla sede del governo a Bucarest, per chiedere le dimissioni dell’esecutivo. È atteso che il numero di manifestanti aumenti nelle prossime ore, fino a superare le oltre 300mila persone che ieri sera erano scese in piazza per partecipare al corteo antigovernativo.

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Centinaia di giovani provenienti da tutta la Romania continuano ad arrivare nella capitale, in particolare da Cluj-Napoca, la seconda città più grande del Paese e sede universitaria. Il decreto che avrebbe fatto da scudo a decine di politici, compreso il leader dei socialdemocratici romeni Liviu Dragnea, dai guai giudiziari per corruzione e aboliva l’abuso d’ufficio, ha scatenato la più grande ondata di proteste popolari nel Paese dalla caduta del Partito comunista di Romania guidato da Nicolae Ceaușescu.