Petizioni, raccolte firme, appelli. Contro l’abbattimento selettivo del lupo che ha ricevuto un primo ok dalla conferenza Stato-Regioni e domani dovrà essere confermata, si è scatenata una vera e propria tempesta di proteste. L’Enpa ha raccolto 500.000 firme su Facebook altre 170.000 ne hanno raccolte i Verdi con una petizione su change.org. E così alcune amministrazioni regionali, dopo il primo via libera tecnico del  24 gennaio scorso, di fronte alle proteste hanno fatto marcia indietro sulle uccisioni. A Lazio e Puglia, contrarie da subito, si è aggiunto l’Abruzzo, mentre Friuli, Veneto, Piemonte, Liguria e Campania, in varia misura, hanno chiesto un ripensamento.

La Conferenza Stato-Regioni, che riunisce il ministero dell’Ambiente e i rappresentanti delle giunte regionali, nel pomeriggio a Roma approverà definitivamente il Piano per la conservazione dei lupi. Quel piano al momento prevede la possibilità di riaprire la caccia a questi predatori, anche se in casi limitati. Ma non si può escludere che domani la misura sia stralciata. Domani sono in programma manifestazioni non solo a Roma, alla sede della Conferenza in via della Stamperia e al Pantheon, ma anche davanti alle sedi di alcune Regioni, ad esempio a Genova.

Il ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti, ancora ieri ha difeso il provvedimento. Che la questione dei lupi vada affrontata non lo mette in dubbio nessuno. Questi predatori si sono moltiplicati negli ultimi anni. Oggi sono stimati oltre un centinaio sulle Alpi e 1.000-2.000 in Appennino. Il problema è che gli allevatori non sono più abituati alla loro presenza, e lasciano pascolare gli animali allo stato brado. Il risultato è che i lupi attaccano il bestiame e creano danni economici. Il Piano lupo del ministero dell’Ambiente, elaborato da Ispra e una settantina di esperti, prevede monitoraggio della popolazione, campagne di informazione sui sistemi di prevenzione naturali (cani pastori, rifugi, recinti elettrificati), gestione dei pascoli, lotta agli incroci con i cani, rimborsi più rapidi. Come misura estrema anche un abbattimento controllato (ovvero la riapertura della caccia, proibita dal 1971) fino al 5% della popolazione complessiva in Italia.

Per il ministro Galletti, si tratta di una misura seria e scientificamente motivata, che non mette a rischio la specie e che comunque va usata solo se tutti gli altri sistemi non hanno dato risultati. A suo avviso, senza questo intervento controllato, gli allevatori finirebbero per risolvere il problema da soli, col bracconaggio. Per gli ambientalisti, invece, gli abbattimenti non risolvono il problema, ma anzi lo aggravano. Secondo il Wwf, i lupi in branco preferiscono cacciare animali selvatici, cinghiali e caprioli. Solo i singoli puntano al bestiame. Gli abbattimenti destrutturano i branchi e creano “lupi solitari” che cercano prede facili. La soluzione al problema al loro avviso è tornare ai tempi antichi: stalle, recinti e “robusti” cani pastore.