Il progetto di distruzione dell’Università e della ricerca scientifica italiana, tenacemente perseguito dai governi Berlusconi e Renzi nel corso degli ultimi dieci anni, comincia a dare i suoi frutti. Un sistema ampio e complesso come quello dell’istruzione terziaria di una intera nazione ha una sua inerzia e anche se strangolato non muore subito: si affloscia lentamente fino a diventare il simulacro di se stesso. Gli edifici, le aule, i Rettorati per il momento stanno ancora in piedi e un turista ignaro potrebbe avere l’impressione che l’Università italiana stia più o meno nelle stesse condizioni in cui stava dieci o vent’anni fa. All’interno degli edifici, però, dove la ricerca e la didattica si fanno (o si dovrebbero fare) davvero, la situazione è in caduta libera.

Cito, a futura memoria, alcuni dati relativi al disastro. Il numero dei docenti e ricercatori tra il 2008 e il 2016 è diminuito del 20%, da oltre 60.000 unità a meno di 48.000. La percentuale di italiani che raggiungono la laurea, inferiore al 15%, non è soltanto tra le più basse dei paesi considerati dalle statistiche Oecd, ma è anche tra quelle che registrano la minore crescita nel periodo 2000-2012 (report Oecd Education at a glance 2014). Il Fondo di Finanziamento Ordinario dell’università italiana è calato dal 2009 ad oggi di circa il 14% (ovvero di un miliardo di euro, da circa 7,4 miliardi di euro a circa 6,4 miliardi). Il Finanziamento dei Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale, erogato annualmente fino al 2012, è stato sospeso per due anni, ed è ricomparso nel 2015 ma significativamente decurtato rispetto alla media degli importi degli anni precedenti al 2009. L’importo bandito nel 2015 ammontava a 90 milioni di euro. Poiché dalle istruzioni allegate al bando si evince che i progetti finanziati possono avere importi tra mezzo milione e un milione di euro, si può stimare che sull’intero territorio nazionale potranno essere finanziati in questo programma circa 120 progetti di ricerca che potranno coinvolgere, tutt’al più, un migliaio di laboratori.

Quali sono le conseguenze pratiche delle cifre citate sopra? Dopo tutto un Ffo di 6,4 miliardi può pur sempre sembrare una bella somma e mille laboratori finanziati attraverso il Prin non sembrano pochi. Basta un minimo ragionamento per contestualizzare queste cifre. Supponendo che ogni laboratorio finanziato possa seguire ogni anno un paio di tesisti, il Prin, principale strumento di finanziamento pubblico della ricerca, può garantire che sul territorio nazionale si svolgeranno ogni anno non più di duemila tesi sperimentali; tutte le altre saranno compilative (se non saranno copiate da tesi precedenti). I soli corsi di Laurea Magistrale in Medicina e Chirurgia, con un numero chiuso in ingresso di circa 9.000 studenti/anno e un tasso di laureati dell’80% producono oltre 7.000 tesi di laurea all’anno, tre volte e mezzo il numero che il Prin può garantire. Poi naturalmente ci sono gli studenti di tutte le altre Facoltà e Corsi di Laurea scientifici e umanistici. E’ evidente che soltanto una minoranza ristrettissima degli studenti universitari avrà accesso ad un laboratorio, una biblioteca, una qualunque struttura che si occupi di ricerca. La quasi totalità degli studenti riceverà una formazione esclusivamente teorica, all’interno di aule più affollate di quelle del Liceo con un rapporto docenti/studenti molto inferiore. L’università pubblica italiana muore così.

P.S. Si dirà: non esiste solo il Prin, non esiste solo il Ffo: le università ed i docenti possono cercare altre fonti di finanziamento. Ma queste non saranno fonti pubbliche: oltre a uccidere l’università italiana, il governo ne sta svendendo il cadavere a privati.