L’università Statale di Milano muove il primo passo ufficiale verso le aree Expo. Dopo oltre un anno dai primi annunci, il cda dell’ateneo e il senato accademico hanno dato via libera alla manifestazione di interessi da presentare ad Arexpo, la società proprietaria dei terreni su parte dei quali il rettore Gianluca Vago vorrebbe creare il nuovo campus per le facoltà scientifiche. Ma il problema dei finanziamenti è tutt’altro che risolto, tanto che lo stesso Vago manda un messaggio al governo: “E’ necessario che nella prossima legge di stabilità venga affrontata la questione”, dice il rettore a margine della conferenza stampa in cui è stato presentato il progetto. In tutto saranno necessari 360-380 milioni di euro. Dalla vendita degli spazi di proprietà dell’università oggi occupati nella zona di Città Studi dovrebbero arrivare 100-120 milioni di euro, altri 130 verrebbero finanziati attraverso un mutuo ventennale che, secondo Vago, “non esporrà l’ateneo a rischi di impatto sulle attività universitarie”. I 130 milioni che mancano all’appello dovranno essere invece garantiti da istituzioni pubbliche. E qui di certo non c’è ancora nulla, nonostante le parole rassicuranti del ministro Maurizio Martina, che in conferenza stampa ha parlato di una strada “realistica e percorribile” e di un “giusto contributo istituzionale”.

Ed è soprattutto l’“indeterminatezza delle risorse” il punto debole del progetto, secondo Andrea Cerini, uno dei due rappresentanti del personale tecnico-amministrativo che in senato accademico hanno espresso voto contrario alla proposta di Vago (23 componenti hanno invece votato a favore e 3 si sono astenuti). “L’unica cosa certa è l’indebitamento previsto – accusa Cerini -. Mentre sulle altre fonti di finanziamento siamo rimasti allo stesso punto di un anno fa”. Qualsiasi variazione al ribasso delle entrate, secondo Cerini, metterebbe a rischio il progetto. E lo stesso effetto ce lo avrebbe un incremento degli investimenti necessari: “Cosa già successa in passato per il nuovo polo veterinario di Lodi, che ha visto aumentare sia i costi che i tempi di realizzazione rispetto al progetto originario”. Tra i nodi ancora da sciogliere anche quello dei terreni, perché al momento non è chiaro se l’università dovrà acquistarli da Arexpo o pagare un canone, e quello delle residenze universitarie: “Il preventivo da 380 milioni non le include”, sostiene il rappresentante dei lavoratori.

Dalla sua parte Vago ha in ogni caso le istituzioni politiche, governo in testa. Nella consapevolezza di quanto sia importante il campus della statale per iniziare a riempire un’area da oltre un milione di metri quadri per il momento ancora vuota. Tanto più che il progetto dello Human Technopole lanciato dal premier Matteo Renzi al momento è ancora al palo, dopo che parte del mondo scientifico e l’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano hanno criticato la guida affidata all’Istitituto italiano di tecnologia di Genova. Il piano che ha avuto l’ok del senato accademico e del cda della statale prevede una riduzione dei costi rispetto a quanto lo stesso Vago annunciava l’anno scorso, quando parlava della necessità di un investimento da 400-450 milioni.

Alla nuova stima di 360-380 milioni si è arrivati grazie a uno studio dei consulenti di Boston Consulting Group, che facendo un raffronto con altre università europee ha portato a ridurre la superficie da realizzare nel nuovo campus: per aule, laboratori e altre strutture saranno sufficienti 150mila metri quadrati, meno dei 250mila oggi occupati a Città Studi, tra edifici del demanio ed edifici della stessa università (circa il 62% dei metri quadri totali, quelli su cui si punta per incassare 130 milioni). La riorganizzazione degli spazi, nei piani di Vago, porterà a un risparmio di 8-9 milioni all’anno nei costi di gestione, cosa di cui si è tenuto conto nelle previsioni di indebitamento. Mentre i metri quadri a disposizione di ogni persona (studenti, docenti e staff) passeranno dagli attuali 12,8 a 5 o 6. Niente di male per il rettore, secondo cui tale dato è in linea con quello degli atenei moderni: “Per esempio non c’è più bisogno di avere grandi biblioteche. Spesso si lavora in digitale e basta un iPad. Il 41% degli edifici di Città Studi è stato costruito prima del 1960 e non è adatto ad ospitare laboratori per come li intendiamo oggi”. Sull’ipotesi di ristrutturare gli edifici attuali e rimanere a Città Studi, Vago taglia corto: “Avremmo costi di circa 1.500 euro al metro quadro. L’investimento complessivo sarebbe analogo a quello necessario per il trasferimento sulle aree Expo”.

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