Aamps, l’azienda di gestione dei rifiuti urbani che sta causando non pochi problemi alla giunta M5s di Livorno, non è la prima e non sarà neanche l’ultima. Molte l’hanno preceduta e molte la seguiranno nella lunga lista delle società della monnezza afflitte dall’inefficienza. Se a Livorno all’origine del buco da quasi 12 milioni ci sono soprattutto le bollette della tariffa ambientale non riscosse – perché dal 2006 al 2012, al gestore dell’immondizia si chiese anche di fare un secondo lavoro che non era il suo, ossia l’esattore – altrove il problema si è annidato nelle infiltrazioni mafiose e nei malfunzionamenti che hanno fatto lievitare i costi. E poi nella scarsa capacità o possibilità delle amministrazioni comunali di controllare quelle che una volta si chiamavano municipalizzate o, al contrario, nella loro abilità a trasformarle in serbatoi di voti e assunzioni. Secondo l’Antitrust, tra le oltre 10mila società controllate o partecipate da Comuni e Regioni che forniscono servizi pubblici, tra cui anche la raccolta dei rifiuti, circa il 30 per cento sono stabilmente in perdita. E il risultato è sempre lo stesso: sono i cittadini a pagare in bolletta il prezzo della cattiva gestione.

Mafia e rifiuti
Sempre più numerose le storie che si trovano alla voce mafia. Le organizzazione malavitose, infatti, continuano a fare affari con i rifiuti, un business troppo ricco per rinunciarvi. Nelle indagini che hanno portato allo scioglimento per “contiguità” con la ‘ndrangheta del Comune di Reggio Calabria, nel 2012, gli inquirenti hanno scoperto che proprio la società di gestione dei rifiuti Leonia era stata una delle principali terre di penetrazione mafiosa. Il direttore generale e otto soggetti appartenenti alla cosca Fontana sono stati arrestati ed è stato disposto il sequestro preventivo della quota privata della società, che era a partecipazione mista pubblico-privato. Nella città dello Stretto, la percentuale più alta di raccolta differenziata degli ultimi anni si è registrata nel 2010, quando ha sfiorato un misero 15%.

A Foggia, dove la raccolta differenziata oggi è ferma alla miseria del 6 per cento, la malavita era riuscita – secondo le inchieste – a entrare nella società Amica. Pubblica al cento per cento, l’azienda di gestione dei rifiuti è fallita nel 2012 sotto il peso dei debiti. Una situazione su cui hanno gravato anche le estorsioni mafiose. Nel processo di appello che si è celebrato nell’ottobre 2015, Federico Trisciuoglio e il figlio Giuseppe sono stati condannati a 7 anni e due mesi di reclusione. Il primo, capo del clan, secondo l’accusa avrebbe imposto l’assunzione del figlio da parte di Amica senza che questo lavorasse, con uno stipendio netto di oltre 60mila euro.

Parentopoli
Non merita particolari approfondimenti il capitolo del clientelismo, visto che è stato anche tema della campagna elettorale in molte città al voto. Quando si pensa alle ex municipalizzate trasformate in serbatoi di voti e assunzioni, il pensiero va allo scandalo Parentopoli di Ama, la società di gestione rifiuti di Roma. Tra il 2008 e il 2010 – era Gianni Alemanno – furono assunti dall’azienda, completamente di proprietà pubblica, ben 1.400 persone, mentre nonostante l’iniezione di personale la situazione dei rifiuti nella Capitale in quel periodo non è molto migliorata. La percentuale di raccolta differenziata, infatti, in tre anni è aumentata di un misero 2 per cento, passando dal 19 al 21 circa.

Gestione opaca e le gare che mancano
Sempre in Puglia l’Autorità nazionale anticorruzione ha rilevato una certa abbondanza di pratiche poco cristalline: Raffaele Cantone ha chiesto alla procura di Bari di approfondire le mosse dei Comuni nelle zone tra Gargano e Salento e della stessa amministrazione regionale, per verificare se ci siano reati e spreco di soldi pubblici. Ad attrarre l’attenzione dell’Anac, in particolare, la pratica molto diffusa di affidamento dei servizi di gestione dei rifiuti senza gara e il loro prolungamento con una semplice ordinanza. Come andrà a finire in Puglia lo vedremo, ma l’Antitrust a febbraio scorso aveva già evidenziato gli stessi problemi su tutto il territorio nazionale – affidamento del servizio in via diretta e senza gara, e con durata troppo lunga, fino anche a 20 anni – invitando gli enti locali a fare questa scelta solo di fronte a prove di reale efficienza.

Se il controllo sfugge di mano
Il problema per molti enti locali è proprio valutare le performance delle società per la gestione dei rifiuti. “Nei primi anni 2000, i Comuni hanno delegato le attività di igiene ambientale alle aziende e così si sono spogliati di competenze. Ormai nelle amministrazioni comunali nessuno ha più idea di come si gestisce il servizio”, spiega Alberto Bellini, docente di Ingegneria all’università di Bologna ed ex assessore all’Ambiente di Forlì. “Oggi gli enti locali non possono più assumere personale secondo le proprie effettive necessità. In certi casi l’ufficio tributi è stato ridimensionato quando è stata delegato alla riscossione della tariffa rifiuti il gestore dei servizio”, aggiunge Attilio Tornavacca, fondatore della società di consulenza sui rifiuti Esper. Non solo: “Nella maggior parte dei casi, le fatture inviate dalle società appaltatrici vengono pagate dai Comuni senza avere a disposizione strutture tecniche in grado di poter verificare che tutti i servizi fatturati siano stati effettivamente erogati con le modalità concordate nel contratto di servizio”, dove cioè sono messi nero su bianco gli accordi tra ente locale e azienda. Dove si è iniziato a fare verifiche puntuali c’è stata “una notevole riduzione dei costi sostenuti dai Comuni a fronte di un evidente miglioramento della qualità dei servizi erogati”. In mancanza di controlli, invece, la tentazione di giocare al ribasso o fare la cresta è forte. Un esempio su tutti: in diversi casi si addebita alle amministrazioni, e dunque ai cittadini, lo spazzamento settimanale delle strade, anche se poi in certe aree la spazzatrice passa più raramente.

Questione di numeri in cda e assemblee
E poi c’è la questione dei numeri: il controllo e la capacità di influire sulle scelte strategiche e gestionali “sono più semplici nei casi in cui la società pubblica ha come azionista un solo Comune, risulta invece meno diretto e più complesso nel caso di società pubbliche o di società quotate in borsa partecipate, dove le quote di minoranza sono detenute da moltissimi Comuni di piccola e piccolissima dimensione”, aggiunge Tornavacca. I sindaci di questi centri “possono contare solo su minuscole quote azionarie, anche inferiori all’1 per cento, e quindi spesso non riescono a far pesare a sufficienza anche le loro specifiche esigenze”.

Limiti (d)alla concorrenza
Non solo: può capitare anche che nel caso di società ex municipalizzate che si sono evolute secondo assetti industriali e si sono quotate in Borsa, il Comune, secondo l’Antitrust, “condivida l’obiettivo di massimizzazione del profitto dell’impresa” invece di “rappresentare e tutelare l’interesse collettivo”, comportandosi da “socio-amministratore”, più che da rappresentante dei cittadini. L’Authority nel suo report di febbraio cita gli esempi dei grandi gruppi Hera e Iren. Entrambe le società hanno scelto la strada dell’integrazione verticale, che porta cioè a presidiare tutte le fasi della gestione dei rifiuti, dalla raccolta fino allo smaltimento o avvio al riciclo. Una soluzione improntata all’efficienza aziendale, ma che secondo l’Agcm può nascondere bollette più salate per i cittadini.

Nel 2014 l’Autorità per la concorrenza ha sanzionato per quasi 1,9 milioni di euro le società Hera e Herambiente del gruppo Hera per “abuso di posizione dominante nei mercati collegati alla raccolta differenziata di carta in numerosi comuni dell’Emilia Romagna”. Per l’Antitrust, i rifiuti cartacei raccolti da Hera sono infatti stati ceduti alla sua controllata Akron, che produce e vende macero alle cartiere, “direttamente, senza alcun confronto equo, trasparente e non discriminatorio con le offerte dei concorrenti e a un prezzo inferiore a quello di mercato”. Il risultato sarebbe andato a danno dei cittadini, perché “dai minori introiti conseguiti da Hera è derivato una maggior livello della tariffa per il servizio di igiene urbana a carico dei cittadini-utenti dei Comuni in cui Hera gestisce la raccolta”.

Da parte sua il gruppo Hera, che ha presentato ricorso al Tar del Lazio ed è in attesa che venga fissata l’udienza di merito, dichiara di “avere sempre operato nel pieno rispetto del quadro normativo che presiede la gestione del ciclo integrato dei rifiuti”, anche se, come richiesto dall’Antitrust, “ha effettuato le gare per l’affidamento del servizio di trattamento e recupero del materiale cartaceo fin dal 1° luglio 2015, con contratti tuttora vigenti”. Sulle bollette, il gruppo respinge le accuse, sostenendo che i comportamenti finiti nel mirino dell’Antitrust avrebbero addirittura “determinato per il cittadino un beneficio economico di circa 1,5 milioni di euro fra 2011 e 2013, in termini di minori oneri per il servizio di igiene urbana”.