L’ultima tegola è la richiesta di tre anni e tre mesi di carcere con l’accusa di usura bancaria, avanzata martedì 21 giugno dal pm di Palermo Claudia Ferrari. Una storia particolarmente delicata, dato che alla sbarra ci sono i massimi dirigenti di Banca Nuova, controllata siciliana della Popolare di Vicenza. Marino Breganze, presidente dell’istituto, e Rodolfo Pezzotti, direttore dell’area commerciale, sono accusati di non aver impedito che venissero applicati interessi usurai sui conti di due società tra il 2009 e il 2010. La banca, secondo la procura, avrebbe applicato sullo scoperto tassi superiori alla soglia di usura. Si tratta della stessa inchiesta che nel febbraio del 2015 aveva portato alla condanna in primo grado a otto mesi di carcere con il rito abbreviato per Francesco Maiolini, ex direttore generale di Banca Nuova.

Nuovi guai giudiziari, dunque, a poche settimane dall’aumento di capitale che ha visto il fondo Atlante prendere il controllo della banca e i piccoli e grandi azionisti perdere quasi il 100% del loro investimento. Una débacle di cui fino a oggi nell’isola si è parlato poco, nonostante anche i risparmiatori siciliani che avevano comprato titoli dell’istituto abbiano visto azzerati i propri risparmi. “Ma in Sicilia l’onda lunga delle vicende venete sembra essere arrivata soltanto nelle ultime settimane”, spiega l’avvocato Angela Blando dell’Adusbef Sicilia. “Soltanto recentemente – continua il legale – ci sono arrivate le istanze di una trentina tra piccoli e medi risparmiatori. Ma si tratta di situazioni diverse tra loro: alcuni hanno acquistato azioni, in alcuni casi come contropartita per la concessione di un finanziamento, altri avevano in portafoglio obbligazioni convertibili”.

L’inchiesta su Messineo: “Parlava con Maiolini delle indagini” – L’indagine sui vertici di Banca Nuova è diventata scottante soprattutto quando ad essere coinvolto è stato addirittura Francesco Messineo, all’epoca procuratore capo di Palermo, beccato dalla Dia mentre parlava al telefono con lo stesso Maiolini. Quelle intercettazioni sono costate a Messineo un’inchiesta per violazione di segreto, aperta dalla competente procura di Caltanissetta, e un procedimento disciplinare del Consiglio superiore della magistratura: entrambi i procedimenti sono stati archiviati, ma hanno fatto emergere la vicinanza tra Maiolini e la magistratura siciliana. Basti dire che Sergio Lari, all’epoca procuratore capo di Caltanissetta, decise di astenersi dall’indagine a carico di Messineo proprio in virtù della sua amicizia con Maiolini.

Gli affari di Zonin in Sicilia – Ma Lari non è l’unico amico importante del manager che in poco più di un decennio è stato capace di fare la fortuna della controllata siciliana di Pop Vicenza. È proprio da qui, infatti, dai rapporti vantati da Francesco Maiolini, che bisogna partire per raccontare il successo di Banca Nuova in Sicilia. Vicenza mette gli occhi sull’isola già nel 1998 quando prova, senza successo, ad acquisire il Polo Creditizio siciliano, frutto della fusione tra il Banco di Sicilia e la Sicilcassa. Pochi mesi prima Gianni Zonin, l’imprenditore vinicolo ex presidente della Popolare ora indagato per aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza, aveva acquistato il cosiddetto “Feudo del principe”, e cioè un vigneto da 200 ettari a Riesi, in provincia di Caltanissetta, nel cuore agricolo della Sicilia, da sempre appartenuto ai principi Lanza di Scalea. Secondo i giornali dell’epoca si trattava di un investimento da almeno dieci miliardi di lire.

Lo sbarco dei veneti nell’isola. Sotto la guida di un napoletano – Bisognerà attendere il 2000 per la nascita di Banca Nuova, che poi, grazie alla fusione per incorporazione con la Banca del Popolo di Trapani, avvenuta due anni dopo, acquisisce il controllo di 40 sportelli nella Sicilia occidentale. A guidare l’operazione Zonin chiama Maiolini. E il manager napoletano trapiantato in Sicilia dimostra subito di saperci fare. Inizia a tessere amicizie e alleanze, assume in banca figli di magistrati e politici (come Diego Cammarata, ex sindaco di Palermo negli anni d’oro di Forza Italia), si avvicina ai governatori della Sicilia: prima a Salvatore Cuffaro, che sarà condannato in via definitiva per favoreggiamento alla mafia, e poi a Raffaele Lombardo, riconosciuto colpevole in primo grado per concorso esterno a Cosa nostra.

Il cerchio magico – C’è un’istantanea che raffigura forse l’apice del potere di Maiolini in Sicilia. È la lussuosa festa di nozze organizzata dal manager sull’isola di Salina nel 2009: 185 invitati tra i quali spiccavano l’allora presidente del Senato Renato Schifani, la moglie di Cuffaro (che secondo le cronache era stato trattenuto a Roma da impegni politici) e quella di Lombardo, ex promoter finanziaria di Banca Nuova, il presidente di Confindustria Sicilia Antonello Montante (indagato dal 2014 per concorso esterno a Cosa nostra) e l’ex di Confcommercio Roberto Helg (arrestato e condannato a 4 anni e 8 mesi per estorsione), l’amministratore delegato del Palermo calcio (del quale Banca Nuova è sponsor) Rinaldo Sagramola, l’ex presidente dell’Autorità portuale di Palermo Nino Bevilacqua e i magistrati Lari, Ignazio De FrancisciAnna Palma accompagnata dal marito Elio Cardinale, ex sottosegretario del governo Monti.

Una tela strettissima di amicizie e rapporti che contano, quella intessuta da Maiolini: il risultato è che oggi Banca Nuova ha più di cento sportelli tra la Sicilia e la Calabria, ha eguagliato se non sorpassato l’influenza sull’isola di Unicredit, che ha acquisito lo storico Banco di Sicilia, e gestisce miliardi di euro di fondi pubblici grazie ai legami con la Regione Siciliana, che a Palazzo dei Normanni, sede del Assemblea regionale, ospita uno sportello bancomat della controllata di Pop Vicenza. L’ultimo successo sul fronte della gestione dei fondi Ue, invece, risale ad appena qualche giorno fa, quando Banca Nuova e l’Agenzia per le Erogazioni in Agricoltura (Agea) hanno reso noto di aver stipulato un accordo per l’anticipazione dei contributi comunitari. Come dire che sarà Banca Nuova ad anticipare agli agricoltori siciliani i contributi ottenuti da Bruxelles.

Il ritorno dello manager che fece grande Banca Nuova– Nel frattempo, però, Maiolini – l’uomo della scalata veneta in Sicilia – non lavora più per Banca Nuova: è stato silurato senza apparente motivo nel maggio del 2012. Ufficialmente si è dimesso ma le voci di corridoio suggeriscono come il banchiere napoletano trapiantato in Sicilia sia entrato in rotta di collisione con i vertici veneti dell’istituto di credito. Poco male, però. Perché nonostante l’inchiesta per usura bancaria, la carriera del manager è proseguita senza intoppi. Dopo un’esperienza da presidente dell’Irfis, il braccio economico finanziario della Regione Siciliana, dove era stato chiamato dall’amico Lombardo, il manager è tornato a fare il direttore generale di un istituto di credito che – come la Banca Nuova delle origini – parte quasi da zero: Maiolini è infatti il nuovo direttore generale di Banca Igea.

Un’avventura nata dalle ceneri della Popolare dell’Etna, finita in amministrazione controllata di Banca d’Italia il 18 aprile del 2014 e salvata da una cordata capeggiata da Maiolini che ha messo sul piatto 16 milioni di euro e un progetto di rilancio. L’istituto si fonde con la Popolare dell’Etna il 30 novembre del 2015 – proprio nello stesso periodo in cui esplode l’inchiesta giudiziaria sulla Popolare di Vicenza – e adesso conta tre sedi tra Palermo, Catania e Roma. Ad affiancare il manager ecco la solita cordata dell’alta società siciliana: petrolieri come i Dibernardo di Comiso, docenti universitari, primari e imprenditori come il presidente di Confcommercio Pietro Agen, che in futuro sogna di guidare la nuova Camera di Commercio del Sud Est Sicilia (nata dagli accorpamenti tra Catania, Siracusa e Ragusa), e che nel frattempo siede nel cda di Banca Igea. Tutti decisi a fidarsi del manager che fece grande Banca Nuova. E pazienza se nel frattempo le inchieste giudiziarie ne hanno travolto i vertici. In Sicilia, come in Veneto.