L’Ufficio di bilancio: “Nello scenario peggiore le famiglie povere subiranno un’inflazione del 4%”. E con l’aumento dei prezzi riparte il drenaggio fiscale
Le famiglie più povere pagano il conto più alto del nuovo choc energetico causato dalla guerra in Iran scatenata da Usa e Israele. E non di poco: stando ai calcoli dell’Ufficio parlamentare di bilancio nello scenario peggiore, quello di una guerra in Medio Oriente prolungata che innesca rincari dell’energia, potrebbero ritrovarsi a subire un’inflazione fino al 4%. Contro il 3,1% che colpirebbe i nuclei più benestanti. Il messaggio al governo, che nei prossimi giorni dovrà decidere se rifinanziare il taglio generalizzato delle accise varato il 18 marzo e poi prorogato per un altro mese, è chiaro: contrastare la crisi con misure uguali per tutti non solo è costosissimo – finora si è speso oltre 1 miliardo – ma risulta anche iniquo, perché i più abbienti sono meno danneggiati dall’impatto dell’escalation e non hanno bisogno di sussidi per far fronte alle maggiori spese. Meglio allora concentrare le risorse su interventi mirati ai segmenti più esposti, ha spiegato la presidente dell’Upb, Lilia Cavallari, in audizione sul Documento di finanza pubblica.
La ragione, che la memoria dell’Upb , è intuitiva. I nuclei con minore capacità di spesa destinano una quota molto più ampia del loro paniere a energia (+37% rispetto alla media) e alimentari (+39%), ovvero le voci che stanno trainando la nuova fiammata dei prezzi. Quella tassa occulta che è l’inflazione è quindi regressiva: colpisce di più chi ha meno margini per assorbirla. Nello scenario base, con prezzi energetici in aumento del 10,4%, quella media si attesta al 3,1% ma per le famiglie del primo quintile (il 20% di popolazione con redditi più bassi) sale al 3,5%. Nello scenario più critico, con l’energia che rincara del 13,4%, l’inflazione complessiva arriverebbe al 3,5% ma con un picco del 4% per i più poveri tocca.
L’esito è doloroso per le famiglie deboli ma anche per l’economia nel suo complesso: il balzo dei prezzi incide negativamente sul pil via rallentamento dei consumi. Che quest’anno e il prossimo – nelle simulazioni dell’Upb – sono previsti scendere “sensibilmente” causa perdita del potere d’acquisto delle famiglie, in parte mitigato dalla tenuta del mercato del lavoro. Il recupero è rinviato al 2028 e sarà comunque parziale: sull’intero triennio, la crescita dei consumi è inferiore di mezzo punto rispetto alle previsioni precedenti. Intanto anche l’accumulazione di capitale, dopo il balzo registrato nel 2025, rallenterà nonostante lo stimolo del Pnrr. E pure le esportazioni sono destinate a una frenata. Affossando ulteriormente la crescita.
Per evitare almeno l’allargamento delle disuguaglianze, consiglia l’Upb, nel breve periodo conviene allora adottare “misure temporanee e selettive“, in attesa che entrino in funzione meccanismi di adeguamento come “l’indicizzazione delle prestazioni sociali e la dinamica salariale” che dovrebbero consentire a pensionati e lavoratori dipendenti di recuperare nel tempo la perdita di potere d’acquisto. Anche se in Italia, per quanto riguarda i salari, quel recupero va estremamente a rilento: tra 2021 e 2025, come hanno ricostruito in audizione i rappresentanti dell’Istat, “le retribuzioni contrattuali si sono ridotte del 7,8% in termini reali“.
Sullo sfondo è poi destinato a tornare di attualità, ha ricordato Cavallari, il drenaggio fiscale. Cioè l’effetto perverso determinato dalla mancata indicizzazione degli scaglioni e delle aliquote Irpef: con l’aumento dell’inflazione, la pressione fiscale reale sui redditi da lavoro aumenterà di nuovo come accaduto durante il precedente choc energetico, accentuando ulteriormente la perdita di potere d’acquisto. Lunedì, sempre in audizione, il segretario confederale Cgil Christian Ferrari ha quantificato la potenziale perdita per i lavoratori: se la crescita dei prezzi al consumo (indice Ipca) si attesterà al 2,9% come previsto dal Dfp, in assenza di indicizzazione automatica “nel 2026 un lavoratore con un imponibile fiscale da 35.000 euro subirebbe un ulteriore prelievo di 1.500 euro e un pensionato da 1.000 euro al mese pagherebbe al fisco 370 euro in più”.
Dopo l’invasione russa dell’Ucraina il drenaggio ha svolto un ruolo centrale nel determinare l’aumento della pressione fiscale: secondo Marco Leonardi, ordinario di Economia all’università Statale di Milano, e Leonzio Rizzo, ordinario all’ateneo di Ferrara, tra il 2022 e il 2024 il fiscal drag è ammontato a circa 25 miliardi a carico di lavoratori dipendenti e pensionati. Il governo ha incassato e ha scelto di non intervenire per il futuro. Anzi, come ricostruito proprio dall’Upb il nuovo disegno dell’Irpef emerso dalla scelta del governo Meloni di stabilizzare il taglio del cuneo contributivo trasformandolo in bonus fiscale ha addirittura esacerbato quell’effetto positivo per le casse pubbliche a scapito delle famiglie.