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Agevolazioni per miliardi ma il governo piange sullo 0,1 di sforamento? Non trovo la logica

Negli ultimi anni non abbiamo visto una riforma fiscale ma solo ritocchi, deviazioni, piccoli interventi sulle aliquote e nuove mance chiamate bonus
Agevolazioni per miliardi ma il governo piange sullo 0,1 di sforamento? Non trovo la logica
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di Davide Delle Fave

Sono un cittadino che ormai si definisce politicamente fluido. Destra o sinistra, almeno guardando l’Italia, sembrano spesso avere così poche differenze che cercarle può far venire il mal di testa. Leggendo i dati sul deficit, una domanda viene spontanea: mentre il ministro Giorgetti si lamenta dello 0,1% in più che non ha permesso all’Italia di uscire dalla procedura europea per disavanzo eccessivo, non sarebbe il caso di fare anche un mea culpa?

Non solo sul Superbonus, che di colpe ne ha avute e non solo per colpa di questo governo. Ma sulla riforma fiscale vera, quella mai arrivata.

Perché negli ultimi anni non abbiamo visto una riforma fiscale. Abbiamo visto ritocchi, deviazioni, piccoli interventi sulle aliquote e nuove mance chiamate bonus. Un pezzo qua, una detrazione là, un favore a questa categoria, una compensazione a quell’altra. Il risultato è un fisco sempre più complicato, meno leggibile e pieno di eccezioni.

Il punto centrale si chiama tax expenditures: spese fiscali. Sono soldi che lo Stato decide di non incassare attraverso detrazioni, deduzioni, esenzioni, crediti d’imposta e aliquote agevolate. Non sono tutte sbagliate. Alcune servono davvero: famiglie, salute, casa, lavoro, disabilità, investimenti. Il problema è che in Italia sono diventate una giungla.

Secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio, le agevolazioni fiscali sono passate da 466 nel 2018 a 625 nel 2024. Nello stesso periodo, la perdita di gettito è quasi raddoppiata, da 54 a 105 miliardi. Per il 2025, il minor gettito stimato arriva vicino a 119 miliardi. Centodiciannove miliardi.

E allora la domanda è semplice: se l’Italia resta nella procedura europea per uno scostamento minimo rispetto alla soglia del 3%, è credibile dire che non si potesse trovare margine dentro un sistema da quasi 119 miliardi di agevolazioni fiscali? Non significa cancellarle tutte. Sarebbe una sciocchezza. Ma sfoltire quelle meno utili, meno produttive, più vecchie o più settoriali avrebbe potuto liberare risorse, ridurre il deficit e rendere il sistema più serio.

Invece si preferisce la via facile: dare la colpa al Superbonus. Che di colpe ne ha, eccome. Ma è diventato anche un comodo capro espiatorio per non parlare del resto.

Le tax expenditures non le ha create solo questo governo. Le hanno accumulate governi di centrodestra e di centrosinistra, anno dopo anno, senza mai avere il coraggio di rimetterle davvero in discussione. Ogni agevolazione ha dietro una categoria, un interesse, un consenso possibile. E nessuno vuole scontentare il proprio bacino elettorale.

Bastano pochi esempi: agevolazioni edilizie e casa per decine di miliardi l’anno; riduzione delle accise sui carburanti per i taxi; esenzione Iva per il trasporto urbano con taxi; accisa ridotta per i piccoli birrifici; deduzioni specifiche per alcune cooperative. Una misura rende bene l’idea: la deduzione per somme ripartite ai soci di cooperative. Costo stimato: circa 12,5 milioni l’anno. Beneficiari: 127. Tradotto: quasi 100mila euro pro capite.

È logico tutto questo? Io penso di no.

Il problema non è la singola agevolazione. Il problema è il metodo. L’Italia ha trasformato il fisco in un archivio storico di eccezioni, privilegi, compensazioni e piccoli scudi fiscali. Alcuni giustificabili, altri forse no, molti semplicemente mai più verificati. Così il fisco diventa pesante per chi non ha rappresentanza, conveniente per chi ha ottenuto la propria eccezione, incomprensibile per quasi tutti.

Forse non basta più parlare di “ristrutturazione” fiscale. Bisognerebbe avere il coraggio di demolire l’impianto e ricostruirlo da zero: meno bonus, meno eccezioni, meno scorciatoie, più chiarezza. Ma quel coraggio, finora, non lo ha avuto né il centrodestra né il centrosinistra.

Aspettiamo ancora il primo governo capace di dire una cosa semplice: non serve inventare un nuovo bonus. Serve cancellare quelli che non hanno più ragione di esistere.

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